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I bohémien sfiorivano come le rose e vivevano come le farfalle

Non mi dire che mi vuoi bene, che mi ami; non aspettarmi se sparisco, non credere mai che possa tornare. Chiusa questa porta potrei rimanere in un corridoio buio, a scivolare lungo i muri come le lucertole, cieca, a graffiarmi le mani, cercando una via di fuga.
Non mi dire che mi vuoi bene, che mi ami, perché non posso supportarlo. Ti ho chiesto di ignorarmi, ti chiedo ancora di farlo: sono certa sia semplice dimenticarsi di me, io che nulla faccio per essere ricordata, per essere diversa, per essere speciale. Sono una fra le tante, un volto, un’ombra, nulla più; una voce solitaria, un suono poco familiare, parole mangiate, sì, mangiate, divorate e sputate. Compaio di rado, mi assento a lungo, vivo in parallelo tra i miei pensieri, sempre più grandi, sempre più spietati dei tuoi.
Sono lontana, di miglia e infinità, sono lontana anche se senti il mio respiro addosso; sono trappola in me, sono ancora ad un pianeta inaccessibile, del quale immagini luci e colori ad animare ciò che invece è freddo e grigio. Sono l’acciaio freddo di un impianto robotico: inserisci le coordinate e ci sarò, inserisci la missione e la porterò a compimento; ma non chiedermi cosa affolli la mia mente quando vedo scorrere la vita degli altri attraverso lenti scure, che sapore abbia il riflesso di una vita in una goccia d’acqua: potrei deluderti (voglio farlo), potrei shoccarti (non chiedo altro); un imbarazzato silenzio in mezzo al frastuono, la voce stonata nel coro degli angeli.

Non temere: domani sarò un angelo anch’io, cibernetico e solo, in una terra di mezzo alla quale nessuno ha mai voluto dare un nome.

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Il vizio della falena

Ho il vizio della falena, i suoi occhi ingenui e schiocchi; vorrei essere farfalla ma non conosco leggerezza. Volo di notte, corpo mostruoso, senza testimoni sono un battito d’ali. Per me ogni luce è incanto, rapimento, resa. Per me ogni luce è palco e di quel palco voglio essere regina.

Protagonista tragica dell’ultima danza. Frenetica. Il battito di un’ala, il pulsare nel tuo cuore, al centro di ogni incandescenza, il nulla.
Posso avvolgermi di infinito, posso sfuggire all’occhio, posso lasciarmi cadere. Voglio incantarti, di meraviglia o orrore. Voglio sentire il tuo sguardo cercarmi, nell’oscurità. Voglio immaginare stupore e respiro teso. Battiti allineati: saresti musica per me. La tensione in ascesa fino al tragico epilogo.

Perché lo spettacolo, in realtà, deve finire. E lasciare il ricordo negli occhi e nel cuore. Strappare un applauso e poi il buio. Bruciare è annichilirsi di tormento. Il tormento che è il suono della mia anima.

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Anima tenebra

Schiacciata da un grido feroce, un giorno svuotato, un corpo cavo, un gesto inutile.
Condensa sui vetri, respiri intrappolati e calore umano in fuga, l’aria densa di sogni rarefatti. Non basta più una sola alba, specie se il sole non sorge mai.
La neve è ovunque, ghiaccio sparso che strappa brividi dalla pelle; i rami sibilano sferzati dal vento; i miei pensieri sparpagliati e confusi; una macchia di caffè su un foglio di appunti, la penna a mezz’aria, l’inchiostro sull’anulare, nero liquido che intride e marchia.
Sono Cathy: capricci e passione disciolti nella bruma, sono aspra e drammatica, solitaria come la nostalgia, abbandonata su piani inintelligibili, pensiero contorto e volontà piegata al timore, un osso corroso, lingua asciutta e muta.
Sono Cathy morta, sepolta tra le radici di un albero, occhi sbarrati e vuoti, pallore e lividi, non sulla pelle ma sul cuore.
Sono tempesta lontana, la sua eco tra le valli, il sentore di imminente perdita e collasso. Collezionista di fotografie ormai stinte, madre di aborti, gelosa di cornici bianche su rettangoli di grigio confuso nei quali vedo tutto ciò che poteva essere e non è mai nato.

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4.40

Ovunque tu sia ti tengo sottopelle; sarò fortezza e piuma, la corrente che tutto trascina, elettricità latente. Ovunque tu sarai so dove trovarti, in un racconto senza fine: tu, la volontà che si afferma, obiettivi da realizzare; io, anima soffusa, paura e magia. Giorni di voci smarrite che non sanno più raccontarsi eppure si intrecciano, si fondono, in un unico, veloce pulsare.

Di tutti i tramonti sarò sempre il più tragico;

Di tutte le albe sei la promessa.

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.Bevimi.

Fingo di non vedere la luce cambiare il disegno delle ombre. Da qualche parte, in ogni casa, un orologio scandisce pesantemente i secondi nel silenzio profondo. Un fragore feroce mi ottunde i timpani mentre decido di chiudere gli occhi e guardare altrove. Da qualche parte, in ogni casa, quei secondi cadenzati sembrano rallentati dal rincorrersi dei miei battiti. Stringo gli occhi mentre lo stomaco si riempie di un vuoto pneumatico e le forze abbandonano le gambe, giù, fino al tremolio delle ginocchia, più giù, fino ai piedi che vorrebbero sollevarsi. Guardo altrove ma ad occhi chiusi, mi nascondo allo sguardo.

Sono persa, persa, perduta. Sono dannata e mortale: intreccio schizoide di umanità e pudore, ostinata incertezza. Come strada da percorrere, abbandonata, mi sottraggo, faccio ritorno, mi pento, cedo, corsa cieca e languida e poi di nuovo arresto. Ci sono milioni di fili invisibili stretti attorno, tessuti di sogni vissuti a metà, intrecci di dita e sospiri, di occhi e rinunce.

Il desiderio cieco che sui fili danza, vorrebbe rincorrere una luce che non vede ma sente esistere, e nel farlo di tormento arde e anela e poi rischia ancora e ancora di morire per il troppo bisogno di vivere.

Nevicano attese, ogni fiocco piange sé stesso, consistenza di cristallo che si spezzerà sul selciato. E invece atterrare è un abbraccio e dalla gioia arrossisce e si scioglie, perché nel raggiungere casa ha terminato la corsa. Forse sospira e trema prima di lasciarsi andare. Sospira e trema. E chiude gli occhi per non vedersi riflesso nel destino di un altro, nella fragilità di un altro, nell’errore che sarà il diventare acqua e non più cristallo. E bagnare le labbra di chi lo berrà.

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Ancora un po’ con me

Indugiano le dita sulle coste dei libri esposti, promesse di ore da non trascorrere soli, indugiano sulle costole, tra custodi di emozioni intense e fragilità umana. Dita che strappano un attimo, un sospiro, un respiro trattenuto, un brivido. Dita che stringono braci, che bruciano, che rimangono come tracce tra le dita. Rimanere come traccia sulle dita. Guardami. Cosa vedi? Stringimi, tienimi con te, una settimana, un giorno. E sono ancora via. Un ricordo in fondo ad un bicchiere, una pagina strappata, il calore di un caffè. Sono le braccia sporche di pasta frolla, il fuoco che scoppia alle mie spalle, un bacio soffiato piano tra le scapole e il collo, ricordo di tenerezza lontana; sono Bambi e Tamburino stampati sul petto da stringermi addosso. Sono un ricordo che non vuole morire, come le braci rosse sotto la cenere. Sono la brace. Sono la cenere. Sono quello che rimane quando tutto è ormai perduto. E’ malinconia grave quella incollata alla tua vita, da lavare via sotto il getto della doccia, profumo di vaniglia e cocco, un’estate mai trascorsa che si stupisce di un nuovo inverno. Sono la pelle esposta al sole, macchia da esporre, ossa esposte alla pelle e poi sotto, ancora più sotto, tra i vestiti e le ombre, sguardo perduto di una resa senza gloria.

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“Take care. Maybe one day you’ll escape your past. If you do, look for me.”

Chow Mo Wan, 2046

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Se

Penso al mio cuore che ride di me.
Immersa nella vasca, affioro per respirare; intorno solo lo scoppiettio delle bolle, piccole anime fragili e schioccanti, poi il caldo, soffocante, che lentamente abbandona le gambe sollevate per poi immergersi nuovamente. Sento i miei capelli spandersi attorno alle orecchie e muoversi ondeggiando, come alghe. Sono immobile, assordata. E’ il mio cuore che marcia solenne, è il rumore di un treno, lo sbuffare sulle rotaie. E’ il mio cuore che ride, ride di me perché ho sempre pensato che il suo fosse un pulsare sul posto.
Sono immobile e ti penso. Ti penso così intensamente, ad occhi chiusi, tra il rumore dell’acqua che scimmiotta onde lontane, che mi senti ed arrivi da me. Ti penso così intensamente che sento il respiro mancare, eppure mi ripeto : “No, non temere, è solo la pressione che scende” e che mi incolla ancora più saldamente al fondo della vasca. Eppure ti penso così intensamente che quasi dimentico di essere sola. Distratta e metodica, dannata ed erotica. Ed il mio cuore che ride, ride di me, che quasi lo posso sentire.

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Just as sure as none at all

Sono qui. Sono quello che conosci, l’immagine allo specchio che non corrisponde. Sono quella che parla a raffica o sta in silenzio, quella che piange ad ogni telefonata, che ride a singhiozzo, che si perde per le strade, che non sa mai che ore sono, che fa tardi agli appuntamenti, che ti stringe forte, che fa troppe smorfie, che non dice mai “ti amo”. Sono quella che non smette mai di pensare, che fa sempre la cosa sbagliata, che non ha mai tempo di litigare. Quella che ti trotterella affianco, con i denti troppo grandi, quella che sembra un cartone animato, che teme i bambini e che inspiegabilmente a loro piace tanto. Quella che si commuove sempre, che risponde sempre “niente”, che ti mette il broncio per un’ora quando poi, di solito, in dieci minuti è già passata. Quella insopportabile, paranoica, misantropa, fobica, ossessiva. Sono questo e sono altro. Sono lo sguardo perso, l’antipatica, quella che si volta dall’altra parte ma ti spia di sottecchi. Quella che vorrebbe capire chi sei ma forse no, quella che si avvicina sospettosa come gli scoiattoli, sperando che una coda fulva possa nascondere il corpo agli sguardi. Quella che come gli scoiattoli trema sempre, che ha sempre freddo anche a luglio, che in acqua si agita come un gatto, che come un gatto vorrebbe saper fare le fusa.
Perché sono anche un corpo, un concentrato di ossa e muscoli sempre troppo contratti, di pelle tesa e pelle d’oca. Quella che si confonde, che arrossisce troppo, quella che non mangerebbe mai ma ha sempre fame. Sono io. Sono l’inopportuna e la strega, la sorella rinnegata e il maschio mancato. La ballerina e la maldestra, la seduttrice involontaria e la corteggiatrice patetica, l’astemia forzata e l’intollerante cronica. Sono io, sono carne, pelle e brividi, sinapsi, impulsi e lividi.
Sono questo, sono altro e altro ancora. Come chiunque altro.
Ma tu amami tutta, come fossi una sola.

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Scatter in art form

Non sono stata sola nemmeno nel ventre di mia madre. Dovrebbe essere un diritto inalienabile quello di una gestazione in solitaria. Ma le coccole e le carezze, i gridolini e il batticuore non erano per me. Io ero un male collaterale, disfunzione organica che si sarebbe risolta quando tutto si sarebbe concluso, anomalia da rimuovere chirurgicamente o lasciare assorbire. Lo diceva anche l’ecografia. Io non c’ero.

Io non ci sono mai. Sono quella che incontri e ti sembra di conoscere, sono quella che saluti e dimentichi all’istante. Sono quella che non chiami “amica” perché ti sembra di non conoscerla mai abbastanza, quella che non ti interessa conoscere più a fondo, tanto è strana. Strana e distante. Anche quando è vicino. Sono la mail che leggi pensando “ora non ho tempo, rispondo domani” sapendo che domani è un giorno ancora da inventare. Tanto poi si dimentica, tanto non è importante.
Quindi faccio il primo passo. Per aiutarti a dimenticare. Non rispondo al telefono, non accendo la webcam perché ho dimenticato l’account, ti scrivo una volta al mese, ti dico che va tutto bene. Però non dimentico mai il giorno del tuo compleanno, non ti scrivo mai un messaggio precompilato, riassumo tutte le emozioni di un anno in un attimo e te le invio, perché forse sarà l’ultima volta, perché forse ci sentiamo un altr’anno.

E forse hai ragione, assolutamente ragione: sono strana e distante e non sono capace di essere un’amica, una figlia, una sorella, un’amante.

Dovresti avere la costanza di scrollarmi ogni giorno e ripetermi: “Cazzo, per me esisti!” e sarebbe importante il “cazzo” all’inizio, perché attivo l’attenzione se sento esasperazione, forse sempre per la paura di perdere tutto – per senso di colpa, o forse perché penso “allora sei vivo, non ti ho immaginato!”, forse solo perché quando mi agito mi scatta il turpiloquio e lo trasferisco agli altri, forse solo perché sono un essere umano, dopotutto.

E sono sola da una vita anche se sola non sono stata mai. Ed è la croce che porto sulle spalle, la stessa che pulisco e lucido ogni sera, prima di piangere per una intera notte. Ed era l’unica scelta e l’unica delizia fingere di non esistere, non avere pesi, non avere corde attorno al collo e alle braccia, anche se era un’illusione di libertà.

Perché poi un giorno ho aperto gli occhi e ho immaginato di scomparire e la quiete, il silenzio che ho sempre immaginato legati a questa immagine non c’erano più, al loro posto mi ha raggiunto un’eco di un grido, di una sofferenza straziante e ho capito che no, non lo posso più fare.

    Adesso spiegami tu cos’è.

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