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Anima tenebra

Schiacciata da un grido feroce, un giorno svuotato, un corpo cavo, un gesto inutile.
Condensa sui vetri, respiri intrappolati e calore umano in fuga, l’aria densa di sogni rarefatti. Non basta più una sola alba, specie se il sole non sorge mai.
La neve è ovunque, ghiaccio sparso che strappa brividi dalla pelle; i rami sibilano sferzati dal vento; i miei pensieri sparpagliati e confusi; una macchia di caffè su un foglio di appunti, la penna a mezz’aria, l’inchiostro sull’anulare, nero liquido che intride e marchia.
Sono Cathy: capricci e passione disciolti nella bruma, sono aspra e drammatica, solitaria come la nostalgia, abbandonata su piani inintelligibili, pensiero contorto e volontà piegata al timore, un osso corroso, lingua asciutta e muta.
Sono Cathy morta, sepolta tra le radici di un albero, occhi sbarrati e vuoti, pallore e lividi, non sulla pelle ma sul cuore.
Sono tempesta lontana, la sua eco tra le valli, il sentore di imminente perdita e collasso. Collezionista di fotografie ormai stinte, madre di aborti, gelosa di cornici bianche su rettangoli di grigio confuso nei quali vedo tutto ciò che poteva essere e non è mai nato.

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Sickness

Un riflesso nello specchio, simile a qualcosa di conosciuto ma più tragico: il costato che affiora, prepotente rispetto al seno, lo sterno ossuto, quasi come se ad avvolgere il mio torace ci fosse una ragnatela di ossa; un triangolo capovolto che lo specchio del bagno racchiude tutto, fino alla sporgenza delle anche. Fino a qualche tempo fa avrei goduto di tutto questo. Un insieme di patetico e di fame, di malato ed essenziale. Invece ora mi sento solo un rottame di ossa e pelle, senza forza né dimensione né vita. Il fantasma di me stessa non sorride. Bruciano gli occhi e la testa, forse per le lacrime forse per la febbre. Acqua, ancora acqua, tanto per cominciare. E’ come tentare di spegnere un incendio un bicchiere alla volta. Brucia la gola e poi le vertebre, giù giù fino in fondo alla schiena. Ho bisogno di aggiungere cuscini per sedermi, avrei bisogno di un riduttore per il water. Sono come un groviglio di spine, non trovo riposo al dolore che grida ogni angolo di corpo sul quale poggio. Acqua, altra acqua. Ho una sete implacabile e un costante senso di nausea, ho fame ma non sopporto cibo, ho fame e tanta voglia di vomitare.

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Questa è la storia

I primi problemi sono iniziati a 11 anni. Avevo 11 anni ma ne dimostravo 8 e mangiavo zucchero a cucchiaiate. Volevo qualcosa di dolce nei miei giorni. Ho mangiato zucchero fino ad avere la nausea, fino a vomitare. Ho iniziato a mangiare per vomitare e poi a vomitare senza mangiare. Quando tutte le ragazzine si specchiano per truccarsi io mi specchiavo nell’acqua del water. E’ stata la prima immagine di ogni mattina per 8 anni. Dimagrivo, avevo delle profonde occhiaie livide, gli occhi perennemente rossi. Mi ricordo che alcuni professori hanno cominciato a mandare delle spie a controllare che non fumassi in quelle lunghe pause al bagno. Qualcosa deve averli rincuorati perché col tempo hanno smesso di preoccuparsi. A 16 anni ho cominciato a coprire le occhiaie coll’ombretto color asfalto. Ho amato quell’ombretto. Oggi le makeupartist del tubo lo definirebbero scriventissimo e con un finish opaco. A me interessava solo che fosse scuro e coprisse. Nascondevo i miei occhi in profondi cerchi scuri. Qualcuno mi chiamava “Panda” e mi andava bene così. Finché ci avessero scherzato sù nessuno si sarebbe fatto troppe domande.
A 18 anni ho deciso che era il caso di farla finita. Ma le cose non vanno mai come dovrebbero.

Questa è la storia. Senza giri di parole, senza voglia di romanzare. Non credo serva a nessuno, non sono mai guarita.
Questa è solo la mia storia. Punto.

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Parabola: burnout

Si spengono le luci, una dopo l’altra, buio in sala, silenzio: lo spettacolo sta per

    finire di allineare riviste, candeggiare superfici e tessuti fino a renderli nivei, lunari. Amo il bianco perché è assenza, è così che immagino il nulla, è così che mi immagino un giorno: bianca, luminosa e sospesa, come una stella, bruciare nel cosmo, consumarmi, di fuoco e luce, morire

    di noia, di giorni infiniti, di eterne attese. Io non mi spazientisco, non reclamo, non richiedo. Io aspetto. Ed implodo nell’attesa, mi divoro le budella ma aspetto, attendo il mio turno per

    sperare che finisca presto l’inverno che deve ancora arrivare, mentre brividi di febbre mi sconquassano
    i singhiozzi, non li riesco a fermare, sono come pugni, lacerano e irrompono, vestiti di nero
    e borchie, per non farmi sfiorare, ho le cuffie pigiate nelle orecchie ma non c’è suono, ma non lo sai, mi ignori per principio ed è quello che spero tu faccia: ignorami, prosegui, non ti voltare
    perché comunque sarà troppo tardi per rimediare, troppo tardi per una nuova vita…ma ci hai mai creduto a questa storia di rifarsi una vita? Io no, finché sarò non ci saranno alternative, ma trovami tu un modo semplice per uscirne
    se puoi, da me, dalle mie braccia, dai miei sogni, da tutto ciò in cui ti ho intrappolato per tenerti con me, ancora un attimo, ancora, ancora
    ancora una volta ci casco, guardo nello specchio tutta la pelle che potrei ancora levarmi, tutto ciò di cui ancora posso spogliarmi, perché ho sempre creduto di potermi togliere tutto, all’infinito, togliere cibo fino a vivere d’aria
    di mare; questo è l’odore della nostalgia: lo iodio che gonfia i polmoni, il vento teso che spazza le grida, urlare controvento e sentirmi sorda, urlare senza voce di parole che non posso pronunciare, che non so pronunciare, che muoiono
    i sogni all’alba, muoiono negli occhi di chi non li sa fermare
    il tempo, le dita che scorrono senza sosta seguendo pensieri senza capo, pensieri decapitati e inconsapevoli, si placano di giorno ma è quando
    si spengono le luci, una dopo l’altra, buio in sala, silenzio: lo spettacolo sta per
    finire.

(e non l’ho mai dimenticato, purtroppo: Buon compleanno)

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Snakebite

Chi sei? Il bordo irregolare di un’unghia scava righe sulla plastica sporca, un “morso di serpente” mi seduce inadeguatamente mentre in modalità teen e fastidio molto più che post-adolescenziale fingo di osservare l’umanità attorno come non ne facessi parte. Chi sei? Costante affiorare di elettricità dal passato, sensazioni defibrillate, emozioni collaterali in continuo martirio. E intanto ripeti quanto tutto questo sia facile, essere sempre la faccia tra il pubblico, essere sempre fuori dai giochi. Le tue parole sono soldati inarrestabili che mi piovono addosso, sono lance che sembrano schivarmi solo per potermisi conficcare attorno, per lasciarmi viva e in trappola; scavi buche profonde 3 metri sotto i miei piedi e stai lì a guardare, resti a guardare le mie gambe vacillare dalla fatica, aspetti che cada. Sapevo sarebbe stato un gioco di resistenza da cui difficilmente sarei uscita indenne, ma sapere cosa accadrà non significa sempre avere una seconda soluzione. Le lacrime hanno smesso di scorrere tempo fa, ora sono oceani che posso contenere. Sono così brava a mantenere tutto entro i margini, io che riempio pagine fitte fitte senza lasciare mai uno spazio vuoto, io che uso quello che ho fino a snaturarlo e ridurlo in pezzi: riciclo tempo e sogni non potendo permetterne di nuovi. Io non guardo mai oltre quello che ho, io non desidero quello che non posso avere, io non faccio mai un passo senza la sicurezza di poter tornare indietro anche se indietro non torno mai. Mai. Ma voglio conservare, conservare ogni cosa, anche l’impronta dei passi, anche le scarpe rotte, anche i rapporti logori e le foto stinte che non guardo mai, le canzoni che riascolto perché non smettono mai di piacermi. Sono una capricciosa spartana, una regina del nulla, sono una stracciona altezzosa. E questo ti fa incazzare. Ma l’orgoglio me l’hanno trasmesso nel sangue, un orgoglio ostinato e malato.
I miei morsi sul tuo collo sono impulsi di rabbia che non riesco ad evitare. Sono affetta da un veleno emozionale che è entrato in circolo e mi trasforma dall’anima. Il mio cuore non è altro che un drone di cui tu hai il telecomando, sono fatta di controllate sinapsi e vuoto pneumatico. Resto ad occhi sbarrati sott’acqua, infarcisco i miei giorni di azioni seriali, infliggo al mio corpo il supplizio del cibo che non vuole più accettare, perché tutto questo è normale.

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Like a rush of blood to the head

Occhi iniettati di disperazione furente, capaci di bucare l’asfalto, corrodere i palazzi attorno. Ho quasi paura mi si posino addosso, ho quasi timore di bruciare all’istante. È il mondo che ci si chiude addosso, questo istante capace di replicarsi 6 volte e chiudersi su sé stesso, una combinazione impossibile a sigillare ogni faccia. Un secondo immobile, isolato, sterile. Non c’é dopo, poi, quindi. Seguono istanti di puro caos, per confondere i pezzi, distrarre l’attenzione con un gioco di prestigio e poi inizierà qualcos’altro, di totalmente altro, di totalmente diverso. E questo secondo, chiuso in una scatola, con sú appiccicato un adesivo e il tratto indefinibile di uno scarabocchio, finirá dritto dritto tra gli scaffali della memoria indelebile.

Ho sentito ogni volta crearsi l’eterno dentro me. Quando il razionale arretra, si ritrae, cede il passo a quell’istinto che porta addosso l’odore di erba tagliata che ha il terrore, quando sai che si è appena verificato un evento irreversibile, che qualcosa é cambiato, sostanzialmente e ineluttabilmente immutabile, qualcosa è cambiato e frana la terra sotto i piedi semplicemente perchè per un attimo della gravitá non ti importa nulla, puoi restare sospeso, puoi restare sospeso e inalare tutto questo, la paura, la terra, il sangue che pulsa nei pensieri, il nero che avanza e inghiotti, il nero dell’ignoto che non fa male, non più di gettarsi da un ponte senza guardare. E in questa apocalisse personale avverti di essere. E ogni fragilitá ti é accanto e ogni umanitá ti sfiora. Percepisci in un attimo i miliardi di dati che il cervello ha elaborato per portarti lì, in quell’istante, a chiederti se davvero la consapevolezza di vivere sia tanto diversa da quella di morire.

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You have to invite me in

Nei tuoi occhi, dove tutte le ombre del mondo trovano riposo, nei tuoi occhi, fammi entrare. L’impronta slave dei miei denti sui tuoi polsi, le mie labbra su di te, dove la pelle si fa più sottile. Iniettarmi in ogni terminazione nervosa, gridare il mio nome nel cavo di ogni tua vena, risuonare d’eco nel tumulto di ogni arteria. Nel tuo sangue, ora. Voglio vivere nel tuo sangue. Ora.

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Eviscera con gesti sapienti il peccato capitale che mi affonda le radici nell'anima; Della sua linfa nera a cui si abbeverano triviali demoni fai inchiostro con cui macchiarmi la pelle. Scrivimi addosso, il tuo nome ovunque su di me. Scrivimi addosso, sono schiava crudele o vergine puttana. Quando avrai terminato di farmi a pezzi sarò di nuovo libera di gettarmi in pasto alla vergogna. Divorami, masticami e sputami, sono respiro rappreso nel gelo, sono sospesa ad un desiderio mediocre. Salvami, getta luce nei miei occhi, abbagliami ed acciecami, isolami, come grido in un un mondo sordo, assediami e goditi il mio terrore.

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Qualcosa come niente

Sono  stanca. Soffoco un urlo nel cuscino. Sembra umido. Ho capelli incollati alle tempie. Continuo a sognare troppo forte. Frammenti di immagini girano tra la mente e gli occhi perseguitandomi affinché gli ritrovi senso ed ordine. E' quasi inquietante che riesca a portarmi nei sogni particolari così insignificanti. Provo a muovere le mie gambe di pietra: strisciano sotto le lenzuola senza affacciarsi dal bordo del materasso. "E andiamo!". Crollo giù.
Ho fame e nausea. Mal di testa e voglia di bere. La mia pelle sembra virare dal grigio al giallognolo. Affascinante spettro. Trovo ancora tracce di matita sotto l'occhio. Perlomeno così sembrano schiarirsi di colpo le occhiaie scure come lividi. Provo un sorriso. Mi ricorda improvvisamente le parole dell'abate: "Il riso è un vento diabolico che deforma il volto e  rende gli uomini simili alle scimmie". Lo spengo all'improvviso. I miei capelli rendono me simile ad un leone ed i grandi denti simile ad un coniglio e la statura simile ad una bambina. I miei occhi sono di un lupo affamato. Concludo che sia meglio lupo che scimmia e smetto di sorridere. Mi riesce facile. Bene. E' già qualcosa. Per oggi.

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I lividi sulla mia pelle hanno coperto oramai tutti i colori dello spettro, ho unghie scheggiate e più sangue negli occhi che nel cuore ma ancora sbatto contro tutti i muri; Ho occhi di falena ancora da rodare e il cervello incollato da troppe immagini sdolcinate in bianco e nero e nevrotici canti di angeli che mi faranno impazzire. Ho un cuore freddo, che pompa acido di batteria e mercurio, e vene guaste, che affiorano sui polsi troppo sottili.
Racconto favole, di una sola parola, che chiamano lacrime e spezzano singhiozzi nel petto.
Le sussurro alla notte e il vento le sparge come un male infestante  e la luna le fa brillare come magnifici denti pronti ad affondartisi nel cuore. Scivolo alle tue finestre e disegno figure d'incanto sul vetro: vorresti gridare ma non trovi parole nella meraviglia, vorresti aver paura ma non puoi distogliere gli occhi da me.

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