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I bohémien sfiorivano come le rose e vivevano come le farfalle

Non mi dire che mi vuoi bene, che mi ami; non aspettarmi se sparisco, non credere mai che possa tornare. Chiusa questa porta potrei rimanere in un corridoio buio, a scivolare lungo i muri come le lucertole, cieca, a graffiarmi le mani, cercando una via di fuga.
Non mi dire che mi vuoi bene, che mi ami, perché non posso supportarlo. Ti ho chiesto di ignorarmi, ti chiedo ancora di farlo: sono certa sia semplice dimenticarsi di me, io che nulla faccio per essere ricordata, per essere diversa, per essere speciale. Sono una fra le tante, un volto, un’ombra, nulla più; una voce solitaria, un suono poco familiare, parole mangiate, sì, mangiate, divorate e sputate. Compaio di rado, mi assento a lungo, vivo in parallelo tra i miei pensieri, sempre più grandi, sempre più spietati dei tuoi.
Sono lontana, di miglia e infinità, sono lontana anche se senti il mio respiro addosso; sono trappola in me, sono ancora ad un pianeta inaccessibile, del quale immagini luci e colori ad animare ciò che invece è freddo e grigio. Sono l’acciaio freddo di un impianto robotico: inserisci le coordinate e ci sarò, inserisci la missione e la porterò a compimento; ma non chiedermi cosa affolli la mia mente quando vedo scorrere la vita degli altri attraverso lenti scure, che sapore abbia il riflesso di una vita in una goccia d’acqua: potrei deluderti (voglio farlo), potrei shoccarti (non chiedo altro); un imbarazzato silenzio in mezzo al frastuono, la voce stonata nel coro degli angeli.

Non temere: domani sarò un angelo anch’io, cibernetico e solo, in una terra di mezzo alla quale nessuno ha mai voluto dare un nome.

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