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La ragazza di platino

La ragazza di platino è quella che aspetta sempre che tu ti accorga di lei. Quella ingenua, di quella ingenuità che forse ti fa sorridere e forse ti fa un po’ pena. Quella che va via mille volte e mille e una ritorna. Quella che ti scrive improvvisamente qualcosa che ti faccia sorridere, o piangere, o turbare, solo per regalarti un’emozione.  Quella che è andata in mille pezzi e ognuno di quei pezzi palpita, pulsa, si strugge, si perde, si danna, si incanta. Quante emozioni inutili quando in fondo basterebbe un po’ di pace. Ma forse non esiste pace, come non esiste amore, come non esiste felicità. Sono una ragazza di platino anche se ormai sono una donna. Sono una donna anche se non so cosa sia una donna, non ho il corpo di una donna, il cuore di una donna, il suo aspetto. Sono una bambina vecchia od una vecchia giovane. Non ho paura di niente e tutto mi atterrisce. Vorrei fossi mio e non averti mai conosciuto. Vorrei capirci qualcosa in questo continuo tentativo di capire qualcosa.

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Scream of consciousness

È che a volte le cose succedono. Succedono forse quando sono inevitabili. Cose giuste vestite da cose sbagliate. Che l’errore sta nell’essere arrivate proprio per sovvertire quelle regole che non vanno. Cose sbagliate, vestite da cose giuste, come se avere sempre una norma da seguire fosse corretto. Sforzarsi e fallire, snaturarsi e perdersi, il buono, il giusto o almeno quello che sarebbe riservato a sé stessi, per un motivo o l’altro. Perdersi e restare immobili, aspettando un segnale. Dimenticando che per cogliere il segnale si vedrà necessario infrangere qualche regola. E avere paura di trasgredire: ché ti hanno insegnato che chi non segue le regole commette peccato, che il peccato lo hai sempre immaginato come una macchia tumorale nel cuore che lentamente divora, che emargina, che delude, disturba, lascia soli in balia del proprio vergognoso destino. Che se ne sei incatenato, se ne sei ingabbiato, da certe cose non puoi pensare di fuggire senza scardinare la porta. E non è detto che non faccia male, anzi, farà male per forza. Perché c’è dolore e dolore. C’è quello che stagna per terra e verso il basso ti trascina, ti afferra i piedi, ti immobilizza, e ti consuma piano piano. Poi c’è il dolore dello sforzo, quello più lancinante, il taglio, lo strappo, quello che pensi ti abbia lasciato morto, un po’ come quando ti lussi una spalla e bisogna rimetterla al suo posto. Però poi quel dolore sparisce e sparisce lasciandoti dentro un sentore di alba, quel momento in cui il velo si solleva sul mondo sollevandoti un po’ e ti chiedi come potessi non averla notata prima. E ti chiedi se saprai stringere abbastanza i denti per quell’attimo, che già sono consumati e fanno male, ti chiedi se resisteranno, anche loro, o non si spezzeranno, come, in fondo, senti di essere già spezzato.

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Come un temporale.

Sferzate d’acqua sui vetri, la sicurezza di essere all’asciutto che vacilla, un attimo, come se tutto dovesse esplodere da un momento all’altro. Dal ventre della notte l’urlo del vento. Chiudo gli occhi e lo immagino addosso: la libertà che si fa strada, si fa rabbia, scava dentro, strappando la pelle.
Non voglio avere paura, voglio essere fuoco.
Voglio divorare e scaldare, voglio devastare come l’inferno. Essere fulmine e schianto, la tensione tragica che si scatena al suolo.
Sono silenziosa.
Cado. Una goccia alla volta, il mio stillicidio di morte. Raccoglimi tra i palmi mentre cado dal cielo. Volo precipitoso, impatto. Tienimi su di te, correndo tra la nebbia.
Pozzanghera, specchio di cielo mutevole, sotto le scarpe. Strade lucide, bagliori accecanti. Mi raccolgo ai tuoi piedi, sparirò, lasciandoti negli occhi stupore di gemma.
Amami come temi il vento, venerami e rifuggi. E la brezza sono baci, sono carezze che ti fanno morire. Lasciati morire su di me, siamo terra, ci sporchiamo il sangue, il cuore mentre moriamo dentro noi.
Vorrei strapparti l’anima, irrompere alla tua finestra.
Essere il tuo terrore, la tua noia.
Il tuo temporale.

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Aquarius

Ci sono mondi magici che mi hanno rifiutata, terre lontane alle quali non posso più approdare. C’è il mio cuore ridotto ad un puzzle di mille pezzi, cristallo in mille pezzi, schegge di rabbia e dolore, opachi di respiri e impronte di dita di chi per l’eternità cerca di guardare fuori il mondo che non c’è.
Sono un acquario nel quale nuotano pesci abissali fantasma; sono colma di lacrime e carezze, sono furia dormiente, la presenza al buio che ti fa esplodere il cuore, sbarrare gli occhi fino a sentire dolore: non puoi afferrarmi, non puoi tenermi con te, non puoi volermi, eppure io non desidero altro, che il respiro addosso e pelle su pelle e baci preziosi.
Sono un animale feroce, un mostro silenzioso, la dea crocifissa, la stella capovolta.
Sono di linfa e saliva, tormento e dolore, i miei desideri sono corpi celesti freddi. Tra il cielo e gli inferi ci sono scale che ho percorso, sola, strade che ho lastricato di terrore e morte cercando un segreto inconfessabile.

    Il cadavere sott’acqua, la tua Ofelia folle, mentre ti pianto addosso le mie orbite vuote.
    Corpo senza sangue, anni senza tempo. Per sempre immobile, per sempre altrove.
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Nel labirinto del Minotauro

Carne, ossa, colori, spine. Spinta creatrice, poi, solo il deserto; un desiderio frustrato, un colpo a vuoto in mezzo al silenzio.
Tu steso su un soffice inganno, una preda facile. Tu ed un “mangiami”, “bevimi”, “eccomi”.

Da quale pianeta vieni se non sanguini? Che cosa sei, tu, che mi togli pace, sonno, tu, che non riesco a catturare, a fermare, a tradurre. Sei l’ombra umida di una quercia, sontuoso spegnersi del sole, una nuvola che si strappa in cielo senza gemito, il fragore di ogni goccia sulla pelle mentre corro, la distanza che brucia nelle gambe, il cuore che spezza un battito e poi riprende, l’attesa di millenni delle rocce.

Dove sei? Io non riesco a fermarmi.
Di cosa sai? Che sapore hai, se non quello della luce fredda della luna?

Ho fame, una fame anoressica.
Con occhi rossi di furia e denti grandi.
Ho nervi consunti che si spezzano sotto i piedi ad ogni passo.

Giurami che mi aspetterai, ancora.
Ingannami.
Dimmi che mi vuoi ancora.
Convincimi.
Dimmi ancora cosa saremo.
Pervadimi.

Eterno.

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Cocoon

Scivolo tra le lenzuola tiepide, le stringo addosso, respiro a fondo. Le ginocchia premute sul petto, il viso sepolto in un cuscino non mio. Assorbo umanità, tepore organico, tracce di vita, ad occhi chiusi. Condensa sui vetri e odore di pelle e capelli e lacrime e sudore fragranti di sonno.
Una sagoma da ricalcare, attraverso le pieghe del tessuto, impronte di dita da intrecciare alle mie. Sono il corpo invisibile che reclama attenzioni, il fremito di nervi sensibili, deliquio sensoriale in piena deriva assenza.

Hai mai desiderato così ardentemente una carezza da sussultare per ogni contatto epidermico, da struggerti in un’attesa frenetica e nevralgica e piangere, piangere di frustrazione?

Hai mai desiderato di essere afferrato e avvolto, percorso, ogni centimetro come un viaggio doloroso, percepito in ogni sospiro e brivido, fino allo stremo?

Metamorfosi, di desideri e glorie, gemiti e lamenti, racchiusi. In bozzolo.
Nutrito di sangue, spiegarsi come petalo, un fiore di carne e spine, di morsi e fame, di volo ed inferi.

Rinascere.

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Il vizio della falena

Ho il vizio della falena, i suoi occhi ingenui e schiocchi; vorrei essere farfalla ma non conosco leggerezza. Volo di notte, corpo mostruoso, senza testimoni sono un battito d’ali. Per me ogni luce è incanto, rapimento, resa. Per me ogni luce è palco e di quel palco voglio essere regina.

Protagonista tragica dell’ultima danza. Frenetica. Il battito di un’ala, il pulsare nel tuo cuore, al centro di ogni incandescenza, il nulla.
Posso avvolgermi di infinito, posso sfuggire all’occhio, posso lasciarmi cadere. Voglio incantarti, di meraviglia o orrore. Voglio sentire il tuo sguardo cercarmi, nell’oscurità. Voglio immaginare stupore e respiro teso. Battiti allineati: saresti musica per me. La tensione in ascesa fino al tragico epilogo.

Perché lo spettacolo, in realtà, deve finire. E lasciare il ricordo negli occhi e nel cuore. Strappare un applauso e poi il buio. Bruciare è annichilirsi di tormento. Il tormento che è il suono della mia anima.

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Anima tenebra

Schiacciata da un grido feroce, un giorno svuotato, un corpo cavo, un gesto inutile.
Condensa sui vetri, respiri intrappolati e calore umano in fuga, l’aria densa di sogni rarefatti. Non basta più una sola alba, specie se il sole non sorge mai.
La neve è ovunque, ghiaccio sparso che strappa brividi dalla pelle; i rami sibilano sferzati dal vento; i miei pensieri sparpagliati e confusi; una macchia di caffè su un foglio di appunti, la penna a mezz’aria, l’inchiostro sull’anulare, nero liquido che intride e marchia.
Sono Cathy: capricci e passione disciolti nella bruma, sono aspra e drammatica, solitaria come la nostalgia, abbandonata su piani inintelligibili, pensiero contorto e volontà piegata al timore, un osso corroso, lingua asciutta e muta.
Sono Cathy morta, sepolta tra le radici di un albero, occhi sbarrati e vuoti, pallore e lividi, non sulla pelle ma sul cuore.
Sono tempesta lontana, la sua eco tra le valli, il sentore di imminente perdita e collasso. Collezionista di fotografie ormai stinte, madre di aborti, gelosa di cornici bianche su rettangoli di grigio confuso nei quali vedo tutto ciò che poteva essere e non è mai nato.

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Occhi rossi come la fame

Apro gli occhi, scivolo fuori dalle coperte; un brivido mi attraversa, mentre cerco di indossare il maglione. Luce abbagliante invade il soggiorno, luce bianca, fredda come riflessi sul metallo, occhi sbarrati sulla tormenta che imperversa fuori.

In cucina. Gocce di condensa lungo gli infissi, si raccolgono in piccole pozze sul ripiano; odore di frutta matura e gallette proviene dalla dispensa. Tutto il resto è come è stato lasciato da me.

Catene di gesti sclerotizzati: la moka da smembrare, i suoi pezzi da sciacquare, quell’acqua così fredda da far appannare il rubinetto e farmi stringere i denti; frigo, luce accesa, secondo ripiano, latta, caffè. Un cucchiaino, due, il terzo lentamente, per costringere ogni granello nel filtro.

Poi. Un suono. Occhi chiusi, rapiti.

È lo scintillio abbagliante dei sassi sulla riva, è il loro cantare con le onde sull’arenile. Tu che mi prendi per mano, un gesto sicuro, io che mi faccio sostenere ridendo. Le nostre voci che si confondono con le onde, i nostri occhi e denti che scintillano come i ciottoli. Siamo onde che si lasciano andare sulla spiaggia, siamo sicuri nella brezza, siamo incerti e incespicanti, naturali e perfetti. I gabbiani…

Sono certa fossero gabbiani.

Ma non ci sono gabbiani. Né onde o abbracci. Né grida di gioia e stupore. Né risa. Né sale.

Sono 5 minuti in ritardo. Sono le 7 e ancora il caffè non è in tavola. Apri gli occhi, stupida, ricaccia le lacrime. È solo un giorno come un altro. Un altro giorno da eseguire.

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4.40

Ovunque tu sia ti tengo sottopelle; sarò fortezza e piuma, la corrente che tutto trascina, elettricità latente. Ovunque tu sarai so dove trovarti, in un racconto senza fine: tu, la volontà che si afferma, obiettivi da realizzare; io, anima soffusa, paura e magia. Giorni di voci smarrite che non sanno più raccontarsi eppure si intrecciano, si fondono, in un unico, veloce pulsare.

Di tutti i tramonti sarò sempre il più tragico;

Di tutte le albe sei la promessa.

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