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12.12.12

Io non ho mai creduto ai numeri prima d’ora ma è stato l’

1.2.12

    Tu ancora non lo sapevi ma io ero lì.
      Poi il

21.3.12

     quando tutti gli ingredienti si sono uniti.
      E infine il

12.12.12

    un compleanno e un regalo.

12 giorni alla Vigilia di un Natale che si sognava di non trascorrere da soli.
Una sottile magia che ha legato ogni istante. Una magia che non credevo esistesse, ma forse sbagliando.  Una magia che ora bisogna tenere stretta, stretta stretta e difenderla, perché sia arma, sia forza.

Dar vita ad un progetto, ricostruire un sogno partendo da un’idea.

E’ quello che abbiamo provato a fare, per strappare un sorriso, qualche lacrima. Un’emozione. Perché è l’unica cosa per cui ne valga davvero la pena. Sempre.

Buon compleanno Iaia

Solo questo.

Un ringraziamento speciale a Max che ha avuto il coraggio di portare avanti caparbiamente l’idea, a Bestiabionda che ha sopportato notti e notti di tormenti e ad El senza la quale questo non si sarebbe mai realizzato. Suonerà banale ma sono orgogliosa di esserci stata anche io, in mezzo a voi. Grazie.

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Racconti intorno al fuoco

Succede che siamo seduti attorno al fuoco, una notte, la notte di Halloween. Succede che attorno al fuoco si sviluppano storie, storie horror. Mi immagino seduta tra lei e una bionda che ora è mora e ha delle lunghe forbici al posto delle dita ed è perfetta così ed è ora che lo sappia. Succede che c’è chi ha il vocione che fa trasalire e che credo riconoscerei subito e poi la madrina della nottata, che incanta tutti con la sua fantasia, senza nemmeno aver bisogno di parlare.

E quando è il mio turno, inizio a raccontare:

Foliage Rouge

Le mani cominciavano a fare male, le dita arrossate, i fumetti di fiato sempre più densi. Ogni tanto, mentre rovistava tra le foglie, colpiva un riccio; emetteva allora un “ahi” acuto, ritraendo istintivamente la mano, poi sorrideva e la rituffava giù, ad afferrarlo. Con gesti sapienti lo forzava cercando di non pungersi più, il viso infantile concentrato e ne tirava fuori le castagne, di quel marrone vibrante, caldo e lucido di sfolgorante autunno. Ne aveva un sacchetto già bello pieno che risuonava appeso alla cintura. Talvolta, accanto a lui, si scorgeva passare una nuvola: era Minnie, un barboncino bianco come un batuffolo di cotone idrofilo, che, eccitata da quell’inattesa gita, scorrazzava a destra e a manca, inseguendo scoiattoli, uccellini, ma anche foglie fluttuanti e insetti. “Minnieeeee” la chiamava ad intervalli, quando la sua mente ne registrava l’assenza protratta; sentiva allora un fruscio, un cespuglio si agitava frenetico e il suo tartufo nero, in mezzo al musetto bianco e vivace, spuntava tra le felci e gli correva incontro, andandosi ad intrufolare tra i piedi. “Daiiii, smettila, mi farai cadere!”. Faceva il gesto di allungarle un buffetto, lei si schiacciava a terra dimenando la coda e un istante dopo si rizzava sulle zampe e ricominciava a trotterellare allegramente.

Passarono così diverse ore. L’oscurità nel bosco cominciò a serpeggiare, furtiva, annidandosi tra le fronde degli alberi, come un mantello che piano piano discende dall’alto inghiottendo tutto. Banchi di nebbia, spettrali, si riunivano nelle piccole radure che si aprivano tra il folto degli alberi, come piccoli laghi sospesi. L’umidità cominciava ad incollarsi addosso, appesantendo i passi e affaticando il respiro. Era ora di tornare a casa, era forse già troppo tardi. “Minnieeeee” chiamò. Si accorse di non sentirla da un po’, una mezz’ora almeno, concentrato com’era nella ricerca. “Minnieeeeeeeee”. Nessun movimento, nessun rumore. Si rese improvvisamente conto che non si sentiva più un solo richiamo tra gli uccelli, non un ronzio, un fruscio. Nulla. Anche la sua voce sembrava risucchiata dagli alberi, soffocata, nel silenzio sempre più pesante. “Minnieeeeee!”, quasi un urlo questa volta, rauco, quasi con rabbia, quella rabbia che nasconde il terrore, quando il cuore comincia a rimbombare nelle orecchie, quando un rimbalzo sordo sembra spingere le lacrime agli occhi e le mani, sempre più fredde, tremano fragili come le foglie in autunno.

Poi uno scivolare di foglie, poco più avanti. Si immobilizzò, totalmente. Anche il cuore avrebbe fermato e forse si fermò davvero, per un attimo, per poi quasi scoppiargli in petto. “Minnie?” Un bisbiglio adesso, flebile, un soffio di fiato quasi percettibile. Fece un passo avanti. Il suono sembrava provenire da un albero, davanti a sé. I suoi occhi, sbarrati, cercavano la figuretta familiare, il suo apparire festoso, il suo abbaiare indispettito. Cosa fare? Il crepuscolo era già passato? Non poteva lasciarla lì, sola , nel bosco, sarebbe morta di paura, lo sapeva, e allora come fare? Di nuovo lo stesso fruscio. Di sicuro poco più avanti, presso quel grande albero, strano, diverso da ogni altro: il tronco non presentava chiazze di muffa similmente agli altri tronchi, era uniforme e nodoso, con profonde fenditure, come una maschera spaventosa. Ma di sicuro era da lì che proveniva il rumore. Si avvicinò allora, guardingo e terrorizzato, anche lui ridotto ormai a un piccolo animale in preda al panico. Il richiamo sembrava morirgli in gola prima ancora di uscire: “Min…”. Dov’era finita? Se era lì, perché non rispondeva? Si avvicinava, piano piano, a quel rumore insistente di foglie secche smosse. Avrebbe fatto lo stesso rumore lei calpestandole? No, forse no, ma cos’altro poteva essere? Non poteva essere altro che lei, probabilmente attratta dalla curiosità per una biscia tra le radici nodose della pianta, dove, forse, era rimasta intrappolata. “Mi…”. Si chinò alla base di quell’enorme albero cercando di spiare tra le cavità che si aprivano tra la terra e il tronco. Poi uno scalpiccio alle sue spalle e un guaito che gli gelò il sangue. Si voltò, improvvisamente, rischiando un torcicollo. Eccola, era lì! Fece in tempo a notare il suo nervosismo, mentre, sempre guaendo, si appiattiva stirando le zampe, indecisa se allontanarsi o meno, tremante. “Minnie, che succed..?” Prima che potesse terminare la frase qualcosa lo afferrò strettamente alle caviglie facendolo cadere con un tonfo, il viso schiacciato tra le foglie. Se ne riempì la bocca nel tentativo di respirare: “Minnie, aiutami!” pianse. La vide, folle di paura, girare in tondo, vorticosamente. Poi un’altra radice lo strinse alla gola e lo trascinò nel buio della terra, mentre le castagne raccolte rotolavano, spargendosi tutt’intorno. Quel giorno, le grandi foglie di quel misterioso albero, si tinsero di scarlatto.

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Portami a letto

“Lolita, light of my life, fire of my loins. My sin, my soul. Lo-lee-ta: the tip of the tongue taking a trip of three steps down the palate to tap, at three, on the teeth. Lo. Lee. Ta. She was Lo, plain Lo, in the morning, standing four feet ten in one sock. She was Lola in slacks. She was Dolly at school. She was Dolores on the dotted line. But in my arms she was always Lolita. Did she have a precursor? She did, indeed she did. In point of fact, there might have been no Lolita at all had I not loved, one summer, an initial girl-child. In a princedom by the sea. Oh when? About as many years before Lolita was born as my age was that summer.”

    “Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, al terzo, contro i denti. Lo-li-ta. Era Lo, null’altro che Lo, al mattino, diritta nella sua statura di un metro e cinquantotto, con un calzino soltanto. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea punteggiata dei documenti. Ma nelle mie braccia fu sempre Lolita. Una sua simile l’aveva preceduta? Ah sì, certo che sì! E in verità non ci sarebbe stata forse nessuna Lolita se un’estate, in un principato sul mare, io non avessi amato una certa iniziale fanciulla. Oh, quando? Tanti anni prima della nascita di Lolita quanti erano quelli che avevo io quell’estate.”

      “Despite our tiffs, despite her nastiness, despite all the fuss and faces she made, and the vulgarity, and the danger, and the horrible hopelessness of it all, I still dwelled deep in my elected paradise – a paradise whose skies were the color of hell-flames – but still a paradise.”

            “…- un paradiso rischiarato dalle fiamme dell’
            inferno, ma pur sempre un paradiso.”


Soundtrack by Ennio Morricone, Lolita (1997) di Adrian Lyne

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Fallen Angels

When you are good you’re very good but …
when you’re Weir you’re better!

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"We held hands on the last night of earth. Our mouths filled with dust, we kissed in the fields and under trees, screaming like dogs, bleeding dark into the leaves. It was empty on the edge of town but we knew everyone floated along the bottom of the river. So we walked through the waste where the road curved into the sea and the shattered seasons lay, and the bitter smell of burning was on you like a disease. In our cancer of passion you said, "Death is a midnight runner."

The sky had come crashing down like the news of an intimate suicide. We picked up the shards and formed them into shapes of stars that wore like an antique wedding dress. The echoes of the past broke the hearts of the unborn as the ferris wheel silently slowed to a stop. The few insects skittered away in hopes of a better pastime. I kissed you at the apex of the maelstrom and asked if you would accompany me in a quick fall, but you made me realize that my ticket wasn’t good for two.

I rode alone. You said, "The cinders are falling like snow." There is poetry in despair, and we sang with unrivaled beauty, bitter elegies of savagery and eloquence. Of blue and grey. Strange, we ran down desperate streets and carved our names in the flesh of the city. The sun has stagnated somewhere beyond the rim of the horizon and the darkness is a mystery of curves and lines. Still, we lay under the emptiness and drifted slowly outward, and somewhere in the middle in the wilderness we found salvation scratched into the earth like a message."        

 Spoken Word – AFI
hidden track in the album
"Sing The Sorrow" (2003)


The best lyric ever. IMAO.
 

 
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PRODIGY – NO GOOD    vs     FAITHLESS – SALVA MEA

Avevo solo voglia di muovermi…maledizione!

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The Mind Killer

La tenerezza è solo una forma di oblio, la luce tolta agli occhi con un morso tra le scapole. La passione è un animale cieco, pazzo di terrore, che sbatte contro le pareti del mondo cercando la libertà. La paura annulla l’esistenza.

La libertà è liberarsi dal terrore.

Il suicidio è un’estrema manifestazione di esistenza?
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Butterfly Caught

1-17-3-13-10-18-1 A volte non sono i tre minuti di musica e parole a contare 9-10 no 16-19-11-13-16-5  a volte non sembrano davvero poi così importanti  è quello che c’è un istante prima e un istante dopo 4-5-9 a rapirmi  sono quei rumori 11-9-5-9 che 16-5-17-14-9-16-9 a volte solo a volte rimangono registrati nella traccia: lo sgabello che scricchiola il fischio sommesso delle corde appena sfiorate il risucchio dell’aria in gola per prendere fiato. 17-19 Quei rumori dico quei rumori 4-9 sono come estatica attesa…

… di essere divorati 18-5 .
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