Tag Archives: stuck in reverse

Sereno a pezzi

Lei lo guardava di sbieco, metà del viso coperta dai capelli, con quell’onda da diva anni ’50. Stava seduta in punta di sedia, come fosse sempre pronta a scattare in piedi e andare via, ondeggiando i fianchi sui trampoli a rocchetto, o come se si trovasse sempre sul ciglio di un’occasione, indecisa se gettarsi o allontanarsene. Lo snobismo di un locale fumoso di jazz, lo sguardo altero sostenuto dal rimmel.

Lei aveva tagliato i capelli da sola, senza nemmeno uno specchio; aveva afferrato le forbici, sporche di colla del nastro adesivo da pacchi tagliato per chiudere tutti gli scatoloni che la circondavano e, con fatica e poca precisione, aveva fermamente reciso ogni ciocca. Non le importava di non essere bella, di cosa la gente avrebbe pensato, di non essere al meglio: che cazzo, aveva cercato di comprendere quella logica da giungla, aveva cercato di stare al passo, di stirare la divisa, di non mangiare le unghie, di essere sempre sul pezzo; eppure aveva l’impressione che quel pezzo, comunque, fosse un ridicolo pezzo, un osso di plastica contro cui accanirsi, a cui mostrare i denti, mentre il resto, tutto il resto, convertitosi in vuoto, le si era annidato dentro e le stava squarciando il petto.

In giro c’è solo gente felice. È quasi Natale e ci sono solo coppie felici; è questo a cui pensa, al fatto che anche lei era un pezzo di quelle coppie felici, anche lei si faceva strada tra le bancarelle cercando di stringere le sue dita che sfuggivano tra la folla. Ed ora non rimane più niente, anche le luci le si spengono negli occhi e l’odore di zucchero delle ciambelle e le sere pungenti e quei pezzi di cielo limpido.

Advertisements
Tagged , , , , , , , , , , , ,

Scream of consciousness

È che a volte le cose succedono. Succedono forse quando sono inevitabili. Cose giuste vestite da cose sbagliate. Che l’errore sta nell’essere arrivate proprio per sovvertire quelle regole che non vanno. Cose sbagliate, vestite da cose giuste, come se avere sempre una norma da seguire fosse corretto. Sforzarsi e fallire, snaturarsi e perdersi, il buono, il giusto o almeno quello che sarebbe riservato a sé stessi, per un motivo o l’altro. Perdersi e restare immobili, aspettando un segnale. Dimenticando che per cogliere il segnale si vedrà necessario infrangere qualche regola. E avere paura di trasgredire: ché ti hanno insegnato che chi non segue le regole commette peccato, che il peccato lo hai sempre immaginato come una macchia tumorale nel cuore che lentamente divora, che emargina, che delude, disturba, lascia soli in balia del proprio vergognoso destino. Che se ne sei incatenato, se ne sei ingabbiato, da certe cose non puoi pensare di fuggire senza scardinare la porta. E non è detto che non faccia male, anzi, farà male per forza. Perché c’è dolore e dolore. C’è quello che stagna per terra e verso il basso ti trascina, ti afferra i piedi, ti immobilizza, e ti consuma piano piano. Poi c’è il dolore dello sforzo, quello più lancinante, il taglio, lo strappo, quello che pensi ti abbia lasciato morto, un po’ come quando ti lussi una spalla e bisogna rimetterla al suo posto. Però poi quel dolore sparisce e sparisce lasciandoti dentro un sentore di alba, quel momento in cui il velo si solleva sul mondo sollevandoti un po’ e ti chiedi come potessi non averla notata prima. E ti chiedi se saprai stringere abbastanza i denti per quell’attimo, che già sono consumati e fanno male, ti chiedi se resisteranno, anche loro, o non si spezzeranno, come, in fondo, senti di essere già spezzato.

Tagged , , , , , , ,

Nuvole

È solo una voglia infantile di conoscere. Cose sciocche e banali. Cosa ti fa aprire gli occhi? Guardi mai il cielo? Cosa chiedi alle stelle? Chiudi mai gli occhi quando ti sfiora il vento?

Come fossimo tutti sospesi tra cielo e terra, come fluttuassimo, sfiorandoci le dita, di tanto in tanto, per scambiarci le direzioni, spostarci. Eppure in questo contatto io continuo a cercarci qualcosa che somigli all’amore. Non so, una scintilla, un riconoscersi, un comunicare a contatto, a pelle per dirsi quello che poi miliardi di parole spiegheranno solo a metà. Perché forse davvero le persone sono solo nuvole erranti, che a volte piangono per toccare terra, che si rincorrono per litigare o amarsi, che si affrontano in un temporale o si sdraiano vicine sul mare.
Nuvole tutte simili, tutte diverse, capricciose e tormentate, imponenti e oppressive, soffici e leggere.
Nuvole come piani sospesi, mondi galleggianti, dinosauri e lucertole, mutevoli e cangianti.
Nuvole da mangiare, da temere, che tolgono l’aria, che regalano sogni. Nuvole su cui costruire castelli da infestare. Nuvole che tra un minuto saranno altrove, che non le puoi fermare. Distratte, incostanti, in moto perpetuo, condannate all’esilio.

Che se fossi nuvola vorrei essere cielo.

Tagged , , , , ,

Anima tenebra

Schiacciata da un grido feroce, un giorno svuotato, un corpo cavo, un gesto inutile.
Condensa sui vetri, respiri intrappolati e calore umano in fuga, l’aria densa di sogni rarefatti. Non basta più una sola alba, specie se il sole non sorge mai.
La neve è ovunque, ghiaccio sparso che strappa brividi dalla pelle; i rami sibilano sferzati dal vento; i miei pensieri sparpagliati e confusi; una macchia di caffè su un foglio di appunti, la penna a mezz’aria, l’inchiostro sull’anulare, nero liquido che intride e marchia.
Sono Cathy: capricci e passione disciolti nella bruma, sono aspra e drammatica, solitaria come la nostalgia, abbandonata su piani inintelligibili, pensiero contorto e volontà piegata al timore, un osso corroso, lingua asciutta e muta.
Sono Cathy morta, sepolta tra le radici di un albero, occhi sbarrati e vuoti, pallore e lividi, non sulla pelle ma sul cuore.
Sono tempesta lontana, la sua eco tra le valli, il sentore di imminente perdita e collasso. Collezionista di fotografie ormai stinte, madre di aborti, gelosa di cornici bianche su rettangoli di grigio confuso nei quali vedo tutto ciò che poteva essere e non è mai nato.

Tagged , , , , , , , , , , , , , , ,

Occhi rossi come la fame

Apro gli occhi, scivolo fuori dalle coperte; un brivido mi attraversa, mentre cerco di indossare il maglione. Luce abbagliante invade il soggiorno, luce bianca, fredda come riflessi sul metallo, occhi sbarrati sulla tormenta che imperversa fuori.

In cucina. Gocce di condensa lungo gli infissi, si raccolgono in piccole pozze sul ripiano; odore di frutta matura e gallette proviene dalla dispensa. Tutto il resto è come è stato lasciato da me.

Catene di gesti sclerotizzati: la moka da smembrare, i suoi pezzi da sciacquare, quell’acqua così fredda da far appannare il rubinetto e farmi stringere i denti; frigo, luce accesa, secondo ripiano, latta, caffè. Un cucchiaino, due, il terzo lentamente, per costringere ogni granello nel filtro.

Poi. Un suono. Occhi chiusi, rapiti.

È lo scintillio abbagliante dei sassi sulla riva, è il loro cantare con le onde sull’arenile. Tu che mi prendi per mano, un gesto sicuro, io che mi faccio sostenere ridendo. Le nostre voci che si confondono con le onde, i nostri occhi e denti che scintillano come i ciottoli. Siamo onde che si lasciano andare sulla spiaggia, siamo sicuri nella brezza, siamo incerti e incespicanti, naturali e perfetti. I gabbiani…

Sono certa fossero gabbiani.

Ma non ci sono gabbiani. Né onde o abbracci. Né grida di gioia e stupore. Né risa. Né sale.

Sono 5 minuti in ritardo. Sono le 7 e ancora il caffè non è in tavola. Apri gli occhi, stupida, ricaccia le lacrime. È solo un giorno come un altro. Un altro giorno da eseguire.

Tagged , , , , , , , , , ,

4.40

Ovunque tu sia ti tengo sottopelle; sarò fortezza e piuma, la corrente che tutto trascina, elettricità latente. Ovunque tu sarai so dove trovarti, in un racconto senza fine: tu, la volontà che si afferma, obiettivi da realizzare; io, anima soffusa, paura e magia. Giorni di voci smarrite che non sanno più raccontarsi eppure si intrecciano, si fondono, in un unico, veloce pulsare.

Di tutti i tramonti sarò sempre il più tragico;

Di tutte le albe sei la promessa.

Tagged , , , , , , , , , , ,

Still life

Apro gli occhi sul panico, si apre nel petto una voragine, finanche si separano le costole, come  sotto la spinta di un divaricatore. Apro gli occhi e smetto di respirare per…uno…due…tre…infiniti secondi. Buio. Buio pesante. Occhi gonfi. Corpo indolenzito. Il frastuono di una goccia che cade nel lavandino. BUM. Il frastuono del silenzio che inghiotte la vita fuori. E’ crimine, è ruggine, è vuoto cosmico che tutto ingloba. Sono Atlante con i nervi spezzati. Com’è cominciato tutto questo? Non lo so, quasi non lo ricordo. Ricordo la fretta, necessità impellenti da soddisfare, il progetto di un sacrificio che prima o poi sarebbe stato ripagato. Con la disperazione. Sono implosione di cose mai dette, di sogni infranti, di debiti mai pagati. Sono carne vivisezionata, sono cadavere all’obitorio con gli occhi sbarrati, increduli. Sono sangue che spilla dai graffi, sono intrico di segni rossi come codici segreti. Raccoglili tutti e deciframi. Sono davvero solo un passato interrotto? Sono piacere mai esacerbato, sangue che marcisce e secca, brividi intensi ma di freddo e paura, denti di ansia che ogni pensiero divora.

Noia dipinta su un vetro. 24 ore per finire. 24 ore per ricominciare. 24 ore e nulla è cambiato, tranne il volto allo specchio. 24 ore per ogni intero minuto, che non si può accorciare, tagliare, rifiutare. Come ogni minuto inesorabilmente con l’ossessione si paga. Rette simmetriche, conta tre volte, allenta il respiro fino a mancare; sguardo basso, non mi cercare, impilo costante, allineamento feroce. Ore palindrome, chiudere gli occhi, inspira, esala, inspira, dispera, inspira, scatena, incatena, espira. Domani è un altro giorno, domani sarà uguale. Spegni la luce, spegni la voce, spegni il domani, spegni la fiamma, spegni il buio. Lasciami andare. Lasciami andare.

Lasciami.

Tagged , , , , , , , , , ,

Ancora un po’ con me

Indugiano le dita sulle coste dei libri esposti, promesse di ore da non trascorrere soli, indugiano sulle costole, tra custodi di emozioni intense e fragilità umana. Dita che strappano un attimo, un sospiro, un respiro trattenuto, un brivido. Dita che stringono braci, che bruciano, che rimangono come tracce tra le dita. Rimanere come traccia sulle dita. Guardami. Cosa vedi? Stringimi, tienimi con te, una settimana, un giorno. E sono ancora via. Un ricordo in fondo ad un bicchiere, una pagina strappata, il calore di un caffè. Sono le braccia sporche di pasta frolla, il fuoco che scoppia alle mie spalle, un bacio soffiato piano tra le scapole e il collo, ricordo di tenerezza lontana; sono Bambi e Tamburino stampati sul petto da stringermi addosso. Sono un ricordo che non vuole morire, come le braci rosse sotto la cenere. Sono la brace. Sono la cenere. Sono quello che rimane quando tutto è ormai perduto. E’ malinconia grave quella incollata alla tua vita, da lavare via sotto il getto della doccia, profumo di vaniglia e cocco, un’estate mai trascorsa che si stupisce di un nuovo inverno. Sono la pelle esposta al sole, macchia da esporre, ossa esposte alla pelle e poi sotto, ancora più sotto, tra i vestiti e le ombre, sguardo perduto di una resa senza gloria.

Tagged , , , , , , , , , , , ,

Parabola: burnout

Si spengono le luci, una dopo l’altra, buio in sala, silenzio: lo spettacolo sta per

    finire di allineare riviste, candeggiare superfici e tessuti fino a renderli nivei, lunari. Amo il bianco perché è assenza, è così che immagino il nulla, è così che mi immagino un giorno: bianca, luminosa e sospesa, come una stella, bruciare nel cosmo, consumarmi, di fuoco e luce, morire

    di noia, di giorni infiniti, di eterne attese. Io non mi spazientisco, non reclamo, non richiedo. Io aspetto. Ed implodo nell’attesa, mi divoro le budella ma aspetto, attendo il mio turno per

    sperare che finisca presto l’inverno che deve ancora arrivare, mentre brividi di febbre mi sconquassano
    i singhiozzi, non li riesco a fermare, sono come pugni, lacerano e irrompono, vestiti di nero
    e borchie, per non farmi sfiorare, ho le cuffie pigiate nelle orecchie ma non c’è suono, ma non lo sai, mi ignori per principio ed è quello che spero tu faccia: ignorami, prosegui, non ti voltare
    perché comunque sarà troppo tardi per rimediare, troppo tardi per una nuova vita…ma ci hai mai creduto a questa storia di rifarsi una vita? Io no, finché sarò non ci saranno alternative, ma trovami tu un modo semplice per uscirne
    se puoi, da me, dalle mie braccia, dai miei sogni, da tutto ciò in cui ti ho intrappolato per tenerti con me, ancora un attimo, ancora, ancora
    ancora una volta ci casco, guardo nello specchio tutta la pelle che potrei ancora levarmi, tutto ciò di cui ancora posso spogliarmi, perché ho sempre creduto di potermi togliere tutto, all’infinito, togliere cibo fino a vivere d’aria
    di mare; questo è l’odore della nostalgia: lo iodio che gonfia i polmoni, il vento teso che spazza le grida, urlare controvento e sentirmi sorda, urlare senza voce di parole che non posso pronunciare, che non so pronunciare, che muoiono
    i sogni all’alba, muoiono negli occhi di chi non li sa fermare
    il tempo, le dita che scorrono senza sosta seguendo pensieri senza capo, pensieri decapitati e inconsapevoli, si placano di giorno ma è quando
    si spengono le luci, una dopo l’altra, buio in sala, silenzio: lo spettacolo sta per
    finire.

(e non l’ho mai dimenticato, purtroppo: Buon compleanno)

Tagged , , , , , , , , , , , , ,

Before the winter

Italy, 10.10.11
I miei passi crepitano dentro le sneakers. C’è un tappeto arancione dove fino a ieri c’era l’asfalto, già spezzato dalle radici affioranti degli alberi. Un giorno salterà via e le radici correranno per le strade, le fronde invaderanno le finestre dei palazzi tutt’attorno, l’edera coprirà l’intonaco scrostato e gli uccelli nidificheranno sul cavalcavia, indisturbati, come in una favola.
Cammino con una canzone sparata nelle orecchie e mille pensieri per la testa. Sto ripercorrendo la solita strada, quella che finora mi ha portato a casa. Lo sto facendo per l’ultima volta ma non so se ne sono consapevole. I miei occhi percorrono l’abitudine, scivolo sotto lo sguardo assente della gente, estranei che in fondo conosco un po’, orari e luoghi che si sono intersecati per anni, casualità e distrazione. Non sogno di portare tutto con me, non è mai stato un paradiso: un quartiere di periferia, transito per molti, futuro di pochi, paesaggio scarno e crudele, molto verde tutt’attorno, poco dentro, nessuna decorazione, nessun palazzo storico, pochi fronzoli. Non è mai stato un paradiso: non puoi lasciare il motorino sotto casa perché la mattina seguente puoi trovarlo incendiato o non trovarlo più, c’è il pazzo che non fa che urlare di notte, c’è sempre qualche cane lasciato solo in casa a guaire di solitudine per ore e ore.

Ma oggi è una giornata serena e tutto questo sembra non contare. Il cielo, limpido e intenso, sembra di lucida glassa; il sole scalda la pelle come in estate ma si può respirare. Sembra tutto più dolce, anche se nulla è cambiato. E sento di amarlo ed odiarlo, perché mi ritrovo a guardare con un sorriso e gli occhi lucidi quello che domani tornerei a maledire. Ma è così che ha fatto in questi anni, è così che fa con chiunque passi di qui.
Guardo il tramonto disegnare ombre lunghe sui palazzi. I merli si ordinano sui tetti e intonano il loro saluto al sole. L’aria diventa improvvisamente più fresca, cancellando quello che fino ad un istante prima sembrava un miraggio d’estate.
E’ finita. Scivolano gli ultimi raggi, annegando in tiepida incandescenza, arrossiscono e si spengono. Quasi non batto le palpebre per non perdere nemmeno un istante di questo addio.
Perché ora so che lo sto facendo per l’ultima volta.

“I’ll show that all the dreams are true
if you only let them be before the winter.”

Buon anniversario a me.

Tagged , , , , , , , ,