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Sereno a pezzi

Lei lo guardava di sbieco, metà del viso coperta dai capelli, con quell’onda da diva anni ’50. Stava seduta in punta di sedia, come fosse sempre pronta a scattare in piedi e andare via, ondeggiando i fianchi sui trampoli a rocchetto, o come se si trovasse sempre sul ciglio di un’occasione, indecisa se gettarsi o allontanarsene. Lo snobismo di un locale fumoso di jazz, lo sguardo altero sostenuto dal rimmel.

Lei aveva tagliato i capelli da sola, senza nemmeno uno specchio; aveva afferrato le forbici, sporche di colla del nastro adesivo da pacchi tagliato per chiudere tutti gli scatoloni che la circondavano e, con fatica e poca precisione, aveva fermamente reciso ogni ciocca. Non le importava di non essere bella, di cosa la gente avrebbe pensato, di non essere al meglio: che cazzo, aveva cercato di comprendere quella logica da giungla, aveva cercato di stare al passo, di stirare la divisa, di non mangiare le unghie, di essere sempre sul pezzo; eppure aveva l’impressione che quel pezzo, comunque, fosse un ridicolo pezzo, un osso di plastica contro cui accanirsi, a cui mostrare i denti, mentre il resto, tutto il resto, convertitosi in vuoto, le si era annidato dentro e le stava squarciando il petto.

In giro c’è solo gente felice. È quasi Natale e ci sono solo coppie felici; è questo a cui pensa, al fatto che anche lei era un pezzo di quelle coppie felici, anche lei si faceva strada tra le bancarelle cercando di stringere le sue dita che sfuggivano tra la folla. Ed ora non rimane più niente, anche le luci le si spengono negli occhi e l’odore di zucchero delle ciambelle e le sere pungenti e quei pezzi di cielo limpido.

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Chi è Keyser Söze?

È solo un ruolo come un altro da interpretare. Un trucco da indossare, un gioco. È sopravvivenza. Sono qui ma non ci sono. Sono strega tacchi alti, sono Alice, sono Mangiami e Bevimi. Fumo adesso, perché io non fumo. Spegnerò la sigaretta e calerà il sipario. Tu ora sei con me ma io non ti penso. Sei un’illusione della mia mente, ti parlo come fossi un inganno. Partirai e nemmeno lo ricorderò. Questo momento lo abbiamo vissuto mille volte e mai. È solo sangue che scorre contromano che ci uccide nello stesso modo in cui ci libera. Lo ricordi Keyser Söze? Io ho imparato a fingere di saper correre sui vetri e le funi, ma in realtà non so nemmeno camminare.

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Asphyxia

Non sei nemmeno partito e già stai andando lontano. Come ci si abitua all’assenza quando ogni centimetro di spazio in questo mondo sembra generare un buco nero che tutto risucchia? Come è possibile che quello che era tutto, improvvisamente, diventi nulla, diventi traccia sbiadita su cui hai passato troppe volte il dito per assicurarti che fosse reale e che ora, per questo, quasi non si vede più? Bisognerebbe ricalcarla. Bisognerebbe esistere, di nuovo. Invece non si vive nemmeno una volta.

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Oltre

La verità è che di andarmene non mi dispiace neanche un po’, sapete? Niente, nulla. Non lascio niente, non ho niente, non ho costruito niente perché quello che pensavo di aver costruito è crollato in un istante. Non c’è più niente di niente. Passa anche la nostalgia. Passa anche quella sensazione di incompiuto. Passa tutto. Passa oltre. Ti senti quasi sereno quando ti rendi conto che è la cosa giusta. E rimpiango tutto, tutto il passato, tutti gli errori, i calci che non ho imparato a dare, tutto. Pensavo che soffrire in silenzio fosse la chiave e non lo è. Quindi tu, essere umano che leggi, esci e fai del male, colpisci, aggredisci, usa, sfrutta, non soffrire mai, non piangere mai, non fare come me, se ho capito una cosa è di aver sbagliato tutto. Non esistono buone cause, non esistono pene che valgano il dolore, non esiste nulla che non sia tu. Vai e colpisci duro senza paura.

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Era eroina

Sapete? Non so perché sono qui. È un gran problema. Non so perché, perché mi abbiano messo al mondo e poi debba trovarmi un senso io. Non funzionano così le cose: si agisce in base ad un obiettivo, un progetto definito, un bilancio, un’economia. Invece sono qui e non c’è motivo. Sono qui e non so che fare. Non riesco a fingere a lungo di essere gli altri. Perché questo funziona per un periodo breve: io copio i loro gesti in mezzo alla gente, ma poi loro tornano a casa e io lì rimango sola a fissare il vuoto. Non credo funzioni così. Eppure nulla mi interessa, nulla mi emoziona, nulla mi trattiene. A volte sento spalancarsi un abisso nel cuore, una vertigine buia, resto senza fiato per svariati minuti e desidero sia finita. Invece poi passa. E rimango di nuovo io. Sola. Sola in un intero pianeta di cui non mi importa un cazzo. Assurdo, vero? Piango. Spesso piango. Scoppio in singhiozzi profondi senza un motivo apparente, finché non mi fanno male le costole, i polmoni, la gola, gli occhi. Poi purtroppo passa anche questo, passa e resto sola, con solo questo dolore cupo, sordo, nella testa, dolore che non fa compagnia, non consola, scava e basta, morde e basta. E tra un minuto piangerò di nuovo e scriverò tra le lacrime queste parole incomprensibili e non cambierà niente. È una malattia vivere? Io credo proprio di sì. Una malattia che uccide lentamente. Vorrei guarire ma non si può. Come è possibile che sia legale tutto questo? Com’è che ci si indigna per tante cose e non per costringere qualcuno a vivere? Perché non mi dite che basta suicidarsi e sei a posto. Non è vero. Se mai ci aveste provato in vita vostra sapreste che non è affatto facile; innanzitutto perché esiste questo assurdo senso comune di difesa dell’esistenza altrui indipendentemente dalla volontà dell’individuo. Non si può dire ” Cazzo, lasciatemi in pace”. No. Loro si accanirebbero a cercare di tenervi in vita in qualunque condizione. Così. Tutti eroi, sono. Eroi quelli che ti salvano se vuoi morire, eroi i medici che ti tengono in vita se manco sei capace di respirare autonomamente, eroi quelli che ti guardano scrollando la testa, eroi quelli che ti dicono di lottare e tu non capisci per cosa cazzo dovresti lottare se non vuoi, se non ti interessa nessuna guerra. Wow. Tutti eroi. Che cazzo ci sto a fare io in un mondo di eroi?

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Vento contro

Forse dovrei provare a scriverne, mettendo nero su bianco il mostro prenderà forma e lo saprò combattere. O forse il mostro prenderà forma e divorerà tutto. Non lo so, davvero non lo so, non so più nulla. So solo che mi basta pensare che sia ormai tempo per.

    Sezionata, studiata, analizzata. Ribilanciati i livelli, ferro, calcio e magnesio, disciolti nel sangue elementi e sostanze, tornare nella norma. Normalizzare.
    Che cazzo c’è di normale nel bisogno di fuggire da me? Che cazzo c’è di normale nello smaniare, sbavare, sentire il cuore nella testa e le lacrime bruciare, grattare con le unghie la pelle e l’intonaco, pensare solo “no, dio, no, non voglio cazzo, non mi riportare lì, non mi rinchiudere lì, non mi lasciare sola, cazzo, non mi lasciare”. Come si fa a guarire da questo? Come cazzo si normalizza? Cosa posso calmare i pensieri? Come posso accettare? Come può smettere? Come può?

    La cura suggerita è “non fare così”. Ma io ci provo, giuro che ci provo, respiro, instillo sicurezza, pace e volontà, pensiero positivo e progetti. Devi pensare a domani, devi progettare, dicono. Poi si impara. Vedrai. Vedrai che impari. Impari a domarla la bestia in gabbia che ti abita, impari ad ammaestrarla a suon di bastonate e privazioni, le raddrizzi la schiena, la fai diventare qualcosa. Perché bestie lo siamo tutti. Ma bisogna ammaestrarsi. Imparare. Crescere e tenere il morso a quel bisogno di corse nelle brughiere e vento contro. Crescere è imparare a parlare. A fare. Dire. Darci un senso. Ma come può sembrare così difficile, così innaturale. Come camminare sul vetro, come mangiarlo. Bevo veleno convincendomi sia acqua, ma brucia, cazzo, brucia tutto. Come può fare così male? Come posso sentirlo sciogliermi dentro senza impazzire, come posso, Cristo, come posso continuare? Non ci riesco, oddio, non ci riesco, come posso guardare la fine senza morire?

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Aquarius

Ci sono mondi magici che mi hanno rifiutata, terre lontane alle quali non posso più approdare. C’è il mio cuore ridotto ad un puzzle di mille pezzi, cristallo in mille pezzi, schegge di rabbia e dolore, opachi di respiri e impronte di dita di chi per l’eternità cerca di guardare fuori il mondo che non c’è.
Sono un acquario nel quale nuotano pesci abissali fantasma; sono colma di lacrime e carezze, sono furia dormiente, la presenza al buio che ti fa esplodere il cuore, sbarrare gli occhi fino a sentire dolore: non puoi afferrarmi, non puoi tenermi con te, non puoi volermi, eppure io non desidero altro, che il respiro addosso e pelle su pelle e baci preziosi.
Sono un animale feroce, un mostro silenzioso, la dea crocifissa, la stella capovolta.
Sono di linfa e saliva, tormento e dolore, i miei desideri sono corpi celesti freddi. Tra il cielo e gli inferi ci sono scale che ho percorso, sola, strade che ho lastricato di terrore e morte cercando un segreto inconfessabile.

    Il cadavere sott’acqua, la tua Ofelia folle, mentre ti pianto addosso le mie orbite vuote.
    Corpo senza sangue, anni senza tempo. Per sempre immobile, per sempre altrove.
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I bohémien sfiorivano come le rose e vivevano come le farfalle

Non mi dire che mi vuoi bene, che mi ami; non aspettarmi se sparisco, non credere mai che possa tornare. Chiusa questa porta potrei rimanere in un corridoio buio, a scivolare lungo i muri come le lucertole, cieca, a graffiarmi le mani, cercando una via di fuga.
Non mi dire che mi vuoi bene, che mi ami, perché non posso supportarlo. Ti ho chiesto di ignorarmi, ti chiedo ancora di farlo: sono certa sia semplice dimenticarsi di me, io che nulla faccio per essere ricordata, per essere diversa, per essere speciale. Sono una fra le tante, un volto, un’ombra, nulla più; una voce solitaria, un suono poco familiare, parole mangiate, sì, mangiate, divorate e sputate. Compaio di rado, mi assento a lungo, vivo in parallelo tra i miei pensieri, sempre più grandi, sempre più spietati dei tuoi.
Sono lontana, di miglia e infinità, sono lontana anche se senti il mio respiro addosso; sono trappola in me, sono ancora ad un pianeta inaccessibile, del quale immagini luci e colori ad animare ciò che invece è freddo e grigio. Sono l’acciaio freddo di un impianto robotico: inserisci le coordinate e ci sarò, inserisci la missione e la porterò a compimento; ma non chiedermi cosa affolli la mia mente quando vedo scorrere la vita degli altri attraverso lenti scure, che sapore abbia il riflesso di una vita in una goccia d’acqua: potrei deluderti (voglio farlo), potrei shoccarti (non chiedo altro); un imbarazzato silenzio in mezzo al frastuono, la voce stonata nel coro degli angeli.

Non temere: domani sarò un angelo anch’io, cibernetico e solo, in una terra di mezzo alla quale nessuno ha mai voluto dare un nome.

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Il vizio della falena

Ho il vizio della falena, i suoi occhi ingenui e schiocchi; vorrei essere farfalla ma non conosco leggerezza. Volo di notte, corpo mostruoso, senza testimoni sono un battito d’ali. Per me ogni luce è incanto, rapimento, resa. Per me ogni luce è palco e di quel palco voglio essere regina.

Protagonista tragica dell’ultima danza. Frenetica. Il battito di un’ala, il pulsare nel tuo cuore, al centro di ogni incandescenza, il nulla.
Posso avvolgermi di infinito, posso sfuggire all’occhio, posso lasciarmi cadere. Voglio incantarti, di meraviglia o orrore. Voglio sentire il tuo sguardo cercarmi, nell’oscurità. Voglio immaginare stupore e respiro teso. Battiti allineati: saresti musica per me. La tensione in ascesa fino al tragico epilogo.

Perché lo spettacolo, in realtà, deve finire. E lasciare il ricordo negli occhi e nel cuore. Strappare un applauso e poi il buio. Bruciare è annichilirsi di tormento. Il tormento che è il suono della mia anima.

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Anima tenebra

Schiacciata da un grido feroce, un giorno svuotato, un corpo cavo, un gesto inutile.
Condensa sui vetri, respiri intrappolati e calore umano in fuga, l’aria densa di sogni rarefatti. Non basta più una sola alba, specie se il sole non sorge mai.
La neve è ovunque, ghiaccio sparso che strappa brividi dalla pelle; i rami sibilano sferzati dal vento; i miei pensieri sparpagliati e confusi; una macchia di caffè su un foglio di appunti, la penna a mezz’aria, l’inchiostro sull’anulare, nero liquido che intride e marchia.
Sono Cathy: capricci e passione disciolti nella bruma, sono aspra e drammatica, solitaria come la nostalgia, abbandonata su piani inintelligibili, pensiero contorto e volontà piegata al timore, un osso corroso, lingua asciutta e muta.
Sono Cathy morta, sepolta tra le radici di un albero, occhi sbarrati e vuoti, pallore e lividi, non sulla pelle ma sul cuore.
Sono tempesta lontana, la sua eco tra le valli, il sentore di imminente perdita e collasso. Collezionista di fotografie ormai stinte, madre di aborti, gelosa di cornici bianche su rettangoli di grigio confuso nei quali vedo tutto ciò che poteva essere e non è mai nato.

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