Tag Archives: personalità

Just as sure as none at all

Sono qui. Sono quello che conosci, l’immagine allo specchio che non corrisponde. Sono quella che parla a raffica o sta in silenzio, quella che piange ad ogni telefonata, che ride a singhiozzo, che si perde per le strade, che non sa mai che ore sono, che fa tardi agli appuntamenti, che ti stringe forte, che fa troppe smorfie, che non dice mai “ti amo”. Sono quella che non smette mai di pensare, che fa sempre la cosa sbagliata, che non ha mai tempo di litigare. Quella che ti trotterella affianco, con i denti troppo grandi, quella che sembra un cartone animato, che teme i bambini e che inspiegabilmente a loro piace tanto. Quella che si commuove sempre, che risponde sempre “niente”, che ti mette il broncio per un’ora quando poi, di solito, in dieci minuti è già passata. Quella insopportabile, paranoica, misantropa, fobica, ossessiva. Sono questo e sono altro. Sono lo sguardo perso, l’antipatica, quella che si volta dall’altra parte ma ti spia di sottecchi. Quella che vorrebbe capire chi sei ma forse no, quella che si avvicina sospettosa come gli scoiattoli, sperando che una coda fulva possa nascondere il corpo agli sguardi. Quella che come gli scoiattoli trema sempre, che ha sempre freddo anche a luglio, che in acqua si agita come un gatto, che come un gatto vorrebbe saper fare le fusa.
Perché sono anche un corpo, un concentrato di ossa e muscoli sempre troppo contratti, di pelle tesa e pelle d’oca. Quella che si confonde, che arrossisce troppo, quella che non mangerebbe mai ma ha sempre fame. Sono io. Sono l’inopportuna e la strega, la sorella rinnegata e il maschio mancato. La ballerina e la maldestra, la seduttrice involontaria e la corteggiatrice patetica, l’astemia forzata e l’intollerante cronica. Sono io, sono carne, pelle e brividi, sinapsi, impulsi e lividi.
Sono questo, sono altro e altro ancora. Come chiunque altro.
Ma tu amami tutta, come fossi una sola.

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Scatter in art form

Non sono stata sola nemmeno nel ventre di mia madre. Dovrebbe essere un diritto inalienabile quello di una gestazione in solitaria. Ma le coccole e le carezze, i gridolini e il batticuore non erano per me. Io ero un male collaterale, disfunzione organica che si sarebbe risolta quando tutto si sarebbe concluso, anomalia da rimuovere chirurgicamente o lasciare assorbire. Lo diceva anche l’ecografia. Io non c’ero.

Io non ci sono mai. Sono quella che incontri e ti sembra di conoscere, sono quella che saluti e dimentichi all’istante. Sono quella che non chiami “amica” perché ti sembra di non conoscerla mai abbastanza, quella che non ti interessa conoscere più a fondo, tanto è strana. Strana e distante. Anche quando è vicino. Sono la mail che leggi pensando “ora non ho tempo, rispondo domani” sapendo che domani è un giorno ancora da inventare. Tanto poi si dimentica, tanto non è importante.
Quindi faccio il primo passo. Per aiutarti a dimenticare. Non rispondo al telefono, non accendo la webcam perché ho dimenticato l’account, ti scrivo una volta al mese, ti dico che va tutto bene. Però non dimentico mai il giorno del tuo compleanno, non ti scrivo mai un messaggio precompilato, riassumo tutte le emozioni di un anno in un attimo e te le invio, perché forse sarà l’ultima volta, perché forse ci sentiamo un altr’anno.

E forse hai ragione, assolutamente ragione: sono strana e distante e non sono capace di essere un’amica, una figlia, una sorella, un’amante.

Dovresti avere la costanza di scrollarmi ogni giorno e ripetermi: “Cazzo, per me esisti!” e sarebbe importante il “cazzo” all’inizio, perché attivo l’attenzione se sento esasperazione, forse sempre per la paura di perdere tutto – per senso di colpa, o forse perché penso “allora sei vivo, non ti ho immaginato!”, forse solo perché quando mi agito mi scatta il turpiloquio e lo trasferisco agli altri, forse solo perché sono un essere umano, dopotutto.

E sono sola da una vita anche se sola non sono stata mai. Ed è la croce che porto sulle spalle, la stessa che pulisco e lucido ogni sera, prima di piangere per una intera notte. Ed era l’unica scelta e l’unica delizia fingere di non esistere, non avere pesi, non avere corde attorno al collo e alle braccia, anche se era un’illusione di libertà.

Perché poi un giorno ho aperto gli occhi e ho immaginato di scomparire e la quiete, il silenzio che ho sempre immaginato legati a questa immagine non c’erano più, al loro posto mi ha raggiunto un’eco di un grido, di una sofferenza straziante e ho capito che no, non lo posso più fare.

    Adesso spiegami tu cos’è.

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Been here before, been here forever

Farlo lo stesso anche se fa male, continuare imperterrita, nonostante una voce nel cervello supplichi di lasciare andare. E’ come accanimento terapeutico o come non voler smettere di fumare. Forse dovrebbe arrivare il momento di alzare le mani e guardare l’orologio e dichiarare la sconfitta. Come dovrebbe venirti voglia di rimettere nell’astuccio la sigaretta. E invece non lo fai, anche se mi spezza il cuore. E io lo faccio, ma per tenerlo intero. Fronti opposti, medesima battaglia. Cosa si fa per essere felici? Cosa si fa per sentirsi vivi? Forse si ama da suicidi, si stringono i piedi strettamente nelle bende e si impara a camminare. Si impara la sublime arte del masochismo, a trarre piacere dal dolore come sangue dalle rape. O ci si continua a avvelenare, ogni giorno un po’, adducendo la colpa al non sapersi privare del piacere. Come di correre oltre ogni limite tachimetrico anche se ci si può ammazzare. Come di baciarsi clandestini temendo di farsi scoprire. Oppure sognare di passione travolgente e respiri affannati e caldo e pelle e odore di umano amore. Svegliarsi madidi e stanchi, svegliarsi come da un sogno profondo, radicato nelle viscere e nelle ossa; rimanere atterriti, un corpo pulsante ed elettrico abbandonato tra le lenzuola. Tornare lentamente in sé da un orgasmo onirico, come se il corpo e il cervello condividessero un misterioso mondo, all’oscuro della coscienza che si interroga senza risposta. E di domande la coscienza non ha mai abbastanza: è veramente questo che vuoi? E’ giusto? Quanto vale una vita se non è mai completa? Cosa cerchi da te? Quanto pensi di resistere? E’ una strada a senso unico quella che percorri? Dove pensi di arrivare?
Eppure sai di esserti messa in viaggio solo perché avevi una grande voglia di fuggire: hai allargato le braccia al primo incrocio e hai chiuso gli occhi, cominciando a girare; e quando hai visto dipingersi sotto le palpebre la risposta ti sei fermata e l’hai guardata dipingersi sulla strada ai tuoi piedi. Come la spieghi la predestinazione?


E questi, i miei sogni tra l’amaranto e le ombre.
“Say you string me along.”

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Stripped down to the bone

Avevo 5 anni la prima volta che ho rinunciato a qualcosa: un giocattolo che mi fu imposto di consegnare a mia sorella, perchè, a quanto pare, nonostante fossi convinta del contrario, non mi apparteneva. Con quel giocattolo se ne andò l’illusione di essere la persona più importante sul pianeta. A 8 anni ho rinunciato al primo regalo: era una penna rosa, da parte del mio migliore amico. Ma mia madre disse “No”, era sconveniente che accettassi un regalo da un uomo (pur trattandosi di un individuo in fieri di soli 8 anni) e me la fece restituire. Non scorderò mai l’impressione che mi fece il suo sorriso che andava spegnendosi sotto gli occhiali troppo grandi mentre la riceveva indietro durante l’intervallo, sorriso che finì per arrestarsi in una smorfia di dolore alla quale non seppi cosa opporre, perchè in realtà quella penna mi piaceva e, soprattutto, perché odiai ferirlo svolgendo un compito per me incomprensibile. Con quel regalo se ne andò anche l’illusione che io e lui fossimo uguali agli occhi del mondo. A 11 anni rinunciai al cibo per la prima volta e mi fece male. Poi un’altra e un’altra e un’altra volta ancora, ogni volta sentendomi più forte dinanzi alla mia crescente debolezza. Il mio cervello divenne allora insano carnefice del mio corpo. A 18 ho provato a rinunciare alla vita e ho pianto. Ho pianto per un giorno intero, scossa in singhiozzi che non mi lasciavano respirare, nè parlare. Ho pianto fino a pensare di morire di nuovo. Ho pianto il dolore di essere ancora viva.
A 23 anni ho lasciato andare via l’uomo della mia vita e ho detto addio all’amore come lo avevo sempre sognato, fatto di sogni romantici di sentimento puro ed eterno, di ingenuità e di cieca fiducia. Quel giorno ho sentito nel mio cuore lo schianto irreparabile del ghiaccio lasciato al sole: non è tornato mai più intero.
Ho poi rinunciato alle uscite alla sera, ai divertimenti, ai piaceri, ai vizi. Poi è stata la volta degli amici e della famiglia. In seguito della salute ed é stata amara la scoperta che il corpo si stesse vendicando del torto subito e che il cervello sarebbe divenuto suo ostaggio nel terrore.
Ho imparato a rinunciare ad una cosa al giorno ogni giorno. Una lista infinita. Posso vivere lo stesso, una vita ridotta all’osso. Posso svuotare il corpo, il cuore, il cervello. Eppure non ha mai smesso di fare male. Mai, nemmeno una volta, nemmeno per un attimo. Non mi fa sentire purificata nè migliore, non mi fa sentire diversa o matura. Solo un sospiro, un sospiro lacerante, che parte dal petto e scivola dai palmi aperti mentre accetto la perdita. Quel sospiro rimane l’unica traccia di ribellione in me.

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Daily Anger Management

h. 13:45 -> Affondare i denti in una mela, sentirne il succo mischiarsi alla saliva, ma freddo, più freddo. Staccarne un grosso pezzo con un sonoro rumore di osso spezzato. Fottersene del sapore, della polpa che si dissolve sulla lingua, dimenticarla, aspettare solo di ingoiare per affondare i denti di nuovo, a fondo, fino a graffiarsi le gengive. Lei non si lamenta, anche se non riesco a smettere di pensare che potrebbe farlo e ciò mi nausea. Azione conclusa con successo. Fine.
h. 14:00 -> Rassettare il letto: sbattere i cuscini contro il muro, strappare le lenzuola dal materasso. Riprendere fiato. Inhale. Exhale.
h. 14:15 -> Risistemare: stirare le lenzuola, far combaciare ogni angolo. Rimboccare un bordo parallelo di 30 cm. 30 cm. Riallineare. Armonia geometrica di linee, rette parallele e perpendicolari. Riallineare. Combaciare. Precisione, pulizia e ordine. Inhale. Exhale.
Un susseguirsi maniacale di azioni pensate per esorcizzare la violenza. Sorridi per esorcizzare la paura. Sorridi anche se stai tremando, sorridi anche se i tuoi fottutissimi occhi si stanno riempiendo di fottutissime lacrime. Me lo ripeto alla generale Hartman. L’ho sempre fatto troppo spesso. L’ho sempre fatto. “Ha le lacrime in tasca”. Sì, ok. Sapevo che sarei cresciuta con le tasche piene di lacrime. A ognuno il suo destino. Ad ognuno il suo fottuto destino. Abuso del participio in forma aggettivale “fottuto/a/e/i”. Il turpiloquio esorcizza le lacrime. Più mi emoziono e più ne abuso. Forse per darmi un tono, forse solo perchè stempera la rabbia. Think before speak. E pensare che spesso mi sento chiedere come faccia a non arrabbiarmi mai. “Sei sempre così calma”. Sorrido. È un sorriso feroce. “È perchè sono vegetariana”. “Ah, davvero?”. Mi guardi serafico/a, con ammirazione, il tuo sorriso non assomiglia al mio. Il mio è un ghigno storto. Sorrido raramente con entrambi gli angoli della bocca sollevati, solitamente se ne solleva uno solo, maligno, con strafottenza. Ooops, perdonatemi, l’ho fatto di nuovo.
E comunque ora devo proprio andare.
h. 14:30 -> lucidare l’acciaio.

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Dove le farfalle vanno a morire

Piccoli, stupidi segreti che ci raccontiamo per sentirci liberi. Triviali e banali quanto basta per poterli tradire senza tradirci. Noi tutti così liberi, noi così sinceri, serbiamo piccoli e innocui segreti per fingere di poterci nascondere. Noi così riservati, noi sotto gli occhi di tutti. Piangiamo i segreti che non riusciamo a nascondere a noi stessi. Noi così vicini, noi così estranei. Ci vergogniamo segretamente per tutto ciò che di cui non possiamo parlare, tutto quello che, soffrendo, teniamo intrappolato alla bocca dello stomaco perché troppo spaventoso da accettare.

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The Others

Giaccio riversa sul letto mentre un dolore lancinante sevizia ogni neurone e fa scempio di ogni controllo.

E’ quando si ha bisogno di collaborazione empatica che si squaderna in tutta la propria mediocrità l’impotenza comunicativa dell’essere umano.
Ci siamo Noi e ci sono Loro.

Loro
Sono armati di poche opinioni, per lo più imbarazzanti. Li muove la convinzione di far tutti parte di una spocchiosa oligarchia di meritevoli /
miliardi di presunte eccezioni che popolano il pianeta.
Possono usare un senso alla volta e sono capaci di compiere un’azione alla volta. Di solito decidono di parlare /
Sono megafoni di una dialettica opprimente quanto ignorante.
Lettori superficiali e distratti /
rendono superflua la prosa [ Sottintesi prostrati dalla frustrazione tentano il suicidio sparendo dagli scritti ].
Dove c’è indagine rimane uno slot vuoto. Perché chi scrive conserva un’anima antica.  Perché chi scrive è sempre un fottuto sentimentale.
Loro però non hanno debolezze /
Sono in grado di compiere le azioni più nefande senza che l’oscura orma del rimorso calpesti la propria coscienza.
Loro sono la merda che concima la mia misantropia mentre scavo buche di due metri per uno in cui lasciare la mia diplomazia marcire senza pace.

AMEN


Noi
che non siamo loro. Sentiamo metal come una passione carnale. Soffriamo. E moriamo bestemmiando.

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Negli altri cerchiamo noi stessi per poterci amare di più.
Cuciamo i nostri sogni addosso al primo che sembra poterli vestire decorosamente e siamo soddisfatti.
Siamo genitori ingrati: partoriamo emozioni ma le affidiamo alle prime braccia tese e poi ci disperiamo quando, tornando, ci rendiamo conto che quei figli, cresciuti da estranei, non ci assomigliano più.
Noi desideriamo quello che non possiamo avere per crogiolarci nell’illusione di essere vittime del destino.
E promettiamo, incantiamo, inventiamo sortilegi e dispensiamo lusinghe.
Siamo carne vecchia destinata all’oblio e viviamo come se fossimo unici ed eterni.
Abbiamo mani, voce, respiro e saliva e non sappiamo che farcene.
Respiriamo, sanguiniamo e piangiamo allo stesso modo.
Eppure non abbiamo niente in comune.

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Come ci si sente in un cielo al contrario, dove anche la gravità sarebbe confortante? – Sei risucchiato in alto finchè le vertigini non ti spezzano i nervi.
Gli altri sono proiettili vaganti, armi a volte intelligenti… non puoi nemmeno evitarli, ti verranno a cercare, ti inseguono per chilometri e chilometri, a volte anni, il tuo terrore alimenta la loro determinazione
alla fine cedi
la guerra è finita
ti lasci colpire
(la guerra) è finita
perché
SEI solo l’effetto collaterale
I confini del narcisismo si espandono nei silenzi emozionali
Vorrei mordere questo momento – fino a farti sanguinare
lasciati andare
fidati di me

[
ti farò male come non crederesti nemmeno possibile e dopo aver destrutturato ogni tuo pensiero incollerò i pezzi a casaccio]
Guardami negli occhi, sai cosa vedresti? – Tentazioni striscianti come l’Eden non ne ha mai viste.
Come ci si sente, Eva,
– ad essere una donna di vetro senza equilibrio?
Cosa fai? Ti lasci cadere a terra sperando che qualcuno ti prenda al volo? – Per un attimo volo.
E poi? – Lo schianto farà esplodere le mie orecchie.
Di cosa sai, Eva? – La mia pelle ha l’odore che solo la notte conosce, quello dei sogni sciolti nella pioggia di aprile che evapora al sole.
Mi sogni, Eva? – Quando mi dimentico di te.
Baciami. – Vendica(ti).
La risposta che cerchi è sulla mia lingua, solo così conoscerai il sapore dei miei pensieri. Non mi credi? In cosa credi?
– Credo di aver vissuto già questo momento un miliardo di volte.
Eppure non ricordo l’attimo che ne seguirà.
Maledizione.

On air: Rid of me – Juliette Lewis
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The World is a Vampire

(Ogni riferimento a fatti realmente accaduti o persone realmente esistenti non è affatto casuale. I loro nomi sono stati semplicemente alterati)

Prologo: Era aprile. O maggio. Giù di lì. Eravamo quattro. Cinque. A volte sei. A sei eravamo al completo. Tutti maschi ed una sola femmina.
Stesi supini in una di quelle giostre da parco pubblico; Dodici sneakers, gomma a gomma, a spingere la ruota al centro: dieci da skaters, quelle morbide con i lacci corti, due da fuga. Colori sporchi e contrasti improbabili.
 

Il sole filtrava tra le foglie e loro brillavano, incredibilmente verdi.
E giravano.
Ah, no…giravamo noi.

"..the world is a vampire…sent to drain-ain-ain…secret destroyers…"
-Billy Corgan non ha carisma…zero!
-Se lo paragoni a Freddie…
-Oh-madonna-QUANTO-STILE!!!Guarda… solo a nominarlo mi vengono i brividi!
-Oohh-ho-ho… piano che rovescio la vodka!
-Diocane, Blow, sono le 10 del mattino!
-Infatti non l’ho ancora finita. Volete?
-Passo.
-Passo.
-Secondo voi Mulder e Scully scopano?
-Certo!
-Ma che roba è con quelle camicette bianche?!Esageratamente fattibile!
-Madonna, Mug…avrà l’età di tua madre!
-Sì, col cazzo. Mia madre ne ha 43.
-Mia madre ne ha 47.
-Tua madre, Fuzz, avrebbe fatto meglio ad abortire.
-Glielo dico tutti i giorni.
-Io la tua me la farei.
-Oh, mavaffanculo!
-Ma secondo voi… Amii…?
-Dio, con quelle salopettes è inguardabile. Nove mesi così non la reggo.
-E quello…quanti anni avrà? Trenta?
-Abbastanza da non avere più capelli…
-Quello c’ha i soldi…sennò non gliela dava.
-Avrà i soldi ma fa scago.
-Quando io avrò la sua età …vedrete!!…Figa a mazzi…A-MAZ-ZI!!
-Sì sì..le mazze…
-Maccheccaz…
-OOOH, piano!
-Certo che almeno prima era un bel vedere…
-Secondo voi le cresceranno ancora le tette?
-E a te, Eve, quand’è che cresceranno?
-Ufff!!
-Certo che è una gran brutta storia…
-Già…significa proprio rovinarsi la vita…


Epilogo: Blow ora ha un figlio. Mug è dentro per spaccio. Fuzz è ancora vergine. Eve si è suicidata.
Ed Amii…forse ora è pure felice. Ma noi l’abbiamo dimenticata. Abbiamo dimenticato. Tutto.

"…Then someone will say what is lost can never be saved…"

C’est la vie. Dans le monde.

Lyric&video above: Bullet with the butterfly wings – The Smashing Pumpkins
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