Tag Archives: pagine bruciate

Sereno a pezzi

Lei lo guardava di sbieco, metà del viso coperta dai capelli, con quell’onda da diva anni ’50. Stava seduta in punta di sedia, come fosse sempre pronta a scattare in piedi e andare via, ondeggiando i fianchi sui trampoli a rocchetto, o come se si trovasse sempre sul ciglio di un’occasione, indecisa se gettarsi o allontanarsene. Lo snobismo di un locale fumoso di jazz, lo sguardo altero sostenuto dal rimmel.

Lei aveva tagliato i capelli da sola, senza nemmeno uno specchio; aveva afferrato le forbici, sporche di colla del nastro adesivo da pacchi tagliato per chiudere tutti gli scatoloni che la circondavano e, con fatica e poca precisione, aveva fermamente reciso ogni ciocca. Non le importava di non essere bella, di cosa la gente avrebbe pensato, di non essere al meglio: che cazzo, aveva cercato di comprendere quella logica da giungla, aveva cercato di stare al passo, di stirare la divisa, di non mangiare le unghie, di essere sempre sul pezzo; eppure aveva l’impressione che quel pezzo, comunque, fosse un ridicolo pezzo, un osso di plastica contro cui accanirsi, a cui mostrare i denti, mentre il resto, tutto il resto, convertitosi in vuoto, le si era annidato dentro e le stava squarciando il petto.

In giro c’è solo gente felice. È quasi Natale e ci sono solo coppie felici; è questo a cui pensa, al fatto che anche lei era un pezzo di quelle coppie felici, anche lei si faceva strada tra le bancarelle cercando di stringere le sue dita che sfuggivano tra la folla. Ed ora non rimane più niente, anche le luci le si spengono negli occhi e l’odore di zucchero delle ciambelle e le sere pungenti e quei pezzi di cielo limpido.

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4.40

Ovunque tu sia ti tengo sottopelle; sarò fortezza e piuma, la corrente che tutto trascina, elettricità latente. Ovunque tu sarai so dove trovarti, in un racconto senza fine: tu, la volontà che si afferma, obiettivi da realizzare; io, anima soffusa, paura e magia. Giorni di voci smarrite che non sanno più raccontarsi eppure si intrecciano, si fondono, in un unico, veloce pulsare.

Di tutti i tramonti sarò sempre il più tragico;

Di tutte le albe sei la promessa.

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Ancora un po’ con me

Indugiano le dita sulle coste dei libri esposti, promesse di ore da non trascorrere soli, indugiano sulle costole, tra custodi di emozioni intense e fragilità umana. Dita che strappano un attimo, un sospiro, un respiro trattenuto, un brivido. Dita che stringono braci, che bruciano, che rimangono come tracce tra le dita. Rimanere come traccia sulle dita. Guardami. Cosa vedi? Stringimi, tienimi con te, una settimana, un giorno. E sono ancora via. Un ricordo in fondo ad un bicchiere, una pagina strappata, il calore di un caffè. Sono le braccia sporche di pasta frolla, il fuoco che scoppia alle mie spalle, un bacio soffiato piano tra le scapole e il collo, ricordo di tenerezza lontana; sono Bambi e Tamburino stampati sul petto da stringermi addosso. Sono un ricordo che non vuole morire, come le braci rosse sotto la cenere. Sono la brace. Sono la cenere. Sono quello che rimane quando tutto è ormai perduto. E’ malinconia grave quella incollata alla tua vita, da lavare via sotto il getto della doccia, profumo di vaniglia e cocco, un’estate mai trascorsa che si stupisce di un nuovo inverno. Sono la pelle esposta al sole, macchia da esporre, ossa esposte alla pelle e poi sotto, ancora più sotto, tra i vestiti e le ombre, sguardo perduto di una resa senza gloria.

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Racconti intorno al fuoco

Succede che siamo seduti attorno al fuoco, una notte, la notte di Halloween. Succede che attorno al fuoco si sviluppano storie, storie horror. Mi immagino seduta tra lei e una bionda che ora è mora e ha delle lunghe forbici al posto delle dita ed è perfetta così ed è ora che lo sappia. Succede che c’è chi ha il vocione che fa trasalire e che credo riconoscerei subito e poi la madrina della nottata, che incanta tutti con la sua fantasia, senza nemmeno aver bisogno di parlare.

E quando è il mio turno, inizio a raccontare:

Foliage Rouge

Le mani cominciavano a fare male, le dita arrossate, i fumetti di fiato sempre più densi. Ogni tanto, mentre rovistava tra le foglie, colpiva un riccio; emetteva allora un “ahi” acuto, ritraendo istintivamente la mano, poi sorrideva e la rituffava giù, ad afferrarlo. Con gesti sapienti lo forzava cercando di non pungersi più, il viso infantile concentrato e ne tirava fuori le castagne, di quel marrone vibrante, caldo e lucido di sfolgorante autunno. Ne aveva un sacchetto già bello pieno che risuonava appeso alla cintura. Talvolta, accanto a lui, si scorgeva passare una nuvola: era Minnie, un barboncino bianco come un batuffolo di cotone idrofilo, che, eccitata da quell’inattesa gita, scorrazzava a destra e a manca, inseguendo scoiattoli, uccellini, ma anche foglie fluttuanti e insetti. “Minnieeeee” la chiamava ad intervalli, quando la sua mente ne registrava l’assenza protratta; sentiva allora un fruscio, un cespuglio si agitava frenetico e il suo tartufo nero, in mezzo al musetto bianco e vivace, spuntava tra le felci e gli correva incontro, andandosi ad intrufolare tra i piedi. “Daiiii, smettila, mi farai cadere!”. Faceva il gesto di allungarle un buffetto, lei si schiacciava a terra dimenando la coda e un istante dopo si rizzava sulle zampe e ricominciava a trotterellare allegramente.

Passarono così diverse ore. L’oscurità nel bosco cominciò a serpeggiare, furtiva, annidandosi tra le fronde degli alberi, come un mantello che piano piano discende dall’alto inghiottendo tutto. Banchi di nebbia, spettrali, si riunivano nelle piccole radure che si aprivano tra il folto degli alberi, come piccoli laghi sospesi. L’umidità cominciava ad incollarsi addosso, appesantendo i passi e affaticando il respiro. Era ora di tornare a casa, era forse già troppo tardi. “Minnieeeee” chiamò. Si accorse di non sentirla da un po’, una mezz’ora almeno, concentrato com’era nella ricerca. “Minnieeeeeeeee”. Nessun movimento, nessun rumore. Si rese improvvisamente conto che non si sentiva più un solo richiamo tra gli uccelli, non un ronzio, un fruscio. Nulla. Anche la sua voce sembrava risucchiata dagli alberi, soffocata, nel silenzio sempre più pesante. “Minnieeeeee!”, quasi un urlo questa volta, rauco, quasi con rabbia, quella rabbia che nasconde il terrore, quando il cuore comincia a rimbombare nelle orecchie, quando un rimbalzo sordo sembra spingere le lacrime agli occhi e le mani, sempre più fredde, tremano fragili come le foglie in autunno.

Poi uno scivolare di foglie, poco più avanti. Si immobilizzò, totalmente. Anche il cuore avrebbe fermato e forse si fermò davvero, per un attimo, per poi quasi scoppiargli in petto. “Minnie?” Un bisbiglio adesso, flebile, un soffio di fiato quasi percettibile. Fece un passo avanti. Il suono sembrava provenire da un albero, davanti a sé. I suoi occhi, sbarrati, cercavano la figuretta familiare, il suo apparire festoso, il suo abbaiare indispettito. Cosa fare? Il crepuscolo era già passato? Non poteva lasciarla lì, sola , nel bosco, sarebbe morta di paura, lo sapeva, e allora come fare? Di nuovo lo stesso fruscio. Di sicuro poco più avanti, presso quel grande albero, strano, diverso da ogni altro: il tronco non presentava chiazze di muffa similmente agli altri tronchi, era uniforme e nodoso, con profonde fenditure, come una maschera spaventosa. Ma di sicuro era da lì che proveniva il rumore. Si avvicinò allora, guardingo e terrorizzato, anche lui ridotto ormai a un piccolo animale in preda al panico. Il richiamo sembrava morirgli in gola prima ancora di uscire: “Min…”. Dov’era finita? Se era lì, perché non rispondeva? Si avvicinava, piano piano, a quel rumore insistente di foglie secche smosse. Avrebbe fatto lo stesso rumore lei calpestandole? No, forse no, ma cos’altro poteva essere? Non poteva essere altro che lei, probabilmente attratta dalla curiosità per una biscia tra le radici nodose della pianta, dove, forse, era rimasta intrappolata. “Mi…”. Si chinò alla base di quell’enorme albero cercando di spiare tra le cavità che si aprivano tra la terra e il tronco. Poi uno scalpiccio alle sue spalle e un guaito che gli gelò il sangue. Si voltò, improvvisamente, rischiando un torcicollo. Eccola, era lì! Fece in tempo a notare il suo nervosismo, mentre, sempre guaendo, si appiattiva stirando le zampe, indecisa se allontanarsi o meno, tremante. “Minnie, che succed..?” Prima che potesse terminare la frase qualcosa lo afferrò strettamente alle caviglie facendolo cadere con un tonfo, il viso schiacciato tra le foglie. Se ne riempì la bocca nel tentativo di respirare: “Minnie, aiutami!” pianse. La vide, folle di paura, girare in tondo, vorticosamente. Poi un’altra radice lo strinse alla gola e lo trascinò nel buio della terra, mentre le castagne raccolte rotolavano, spargendosi tutt’intorno. Quel giorno, le grandi foglie di quel misterioso albero, si tinsero di scarlatto.

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Parabola: burnout

Si spengono le luci, una dopo l’altra, buio in sala, silenzio: lo spettacolo sta per

    finire di allineare riviste, candeggiare superfici e tessuti fino a renderli nivei, lunari. Amo il bianco perché è assenza, è così che immagino il nulla, è così che mi immagino un giorno: bianca, luminosa e sospesa, come una stella, bruciare nel cosmo, consumarmi, di fuoco e luce, morire

    di noia, di giorni infiniti, di eterne attese. Io non mi spazientisco, non reclamo, non richiedo. Io aspetto. Ed implodo nell’attesa, mi divoro le budella ma aspetto, attendo il mio turno per

    sperare che finisca presto l’inverno che deve ancora arrivare, mentre brividi di febbre mi sconquassano
    i singhiozzi, non li riesco a fermare, sono come pugni, lacerano e irrompono, vestiti di nero
    e borchie, per non farmi sfiorare, ho le cuffie pigiate nelle orecchie ma non c’è suono, ma non lo sai, mi ignori per principio ed è quello che spero tu faccia: ignorami, prosegui, non ti voltare
    perché comunque sarà troppo tardi per rimediare, troppo tardi per una nuova vita…ma ci hai mai creduto a questa storia di rifarsi una vita? Io no, finché sarò non ci saranno alternative, ma trovami tu un modo semplice per uscirne
    se puoi, da me, dalle mie braccia, dai miei sogni, da tutto ciò in cui ti ho intrappolato per tenerti con me, ancora un attimo, ancora, ancora
    ancora una volta ci casco, guardo nello specchio tutta la pelle che potrei ancora levarmi, tutto ciò di cui ancora posso spogliarmi, perché ho sempre creduto di potermi togliere tutto, all’infinito, togliere cibo fino a vivere d’aria
    di mare; questo è l’odore della nostalgia: lo iodio che gonfia i polmoni, il vento teso che spazza le grida, urlare controvento e sentirmi sorda, urlare senza voce di parole che non posso pronunciare, che non so pronunciare, che muoiono
    i sogni all’alba, muoiono negli occhi di chi non li sa fermare
    il tempo, le dita che scorrono senza sosta seguendo pensieri senza capo, pensieri decapitati e inconsapevoli, si placano di giorno ma è quando
    si spengono le luci, una dopo l’altra, buio in sala, silenzio: lo spettacolo sta per
    finire.

(e non l’ho mai dimenticato, purtroppo: Buon compleanno)

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Before the winter

Italy, 10.10.11
I miei passi crepitano dentro le sneakers. C’è un tappeto arancione dove fino a ieri c’era l’asfalto, già spezzato dalle radici affioranti degli alberi. Un giorno salterà via e le radici correranno per le strade, le fronde invaderanno le finestre dei palazzi tutt’attorno, l’edera coprirà l’intonaco scrostato e gli uccelli nidificheranno sul cavalcavia, indisturbati, come in una favola.
Cammino con una canzone sparata nelle orecchie e mille pensieri per la testa. Sto ripercorrendo la solita strada, quella che finora mi ha portato a casa. Lo sto facendo per l’ultima volta ma non so se ne sono consapevole. I miei occhi percorrono l’abitudine, scivolo sotto lo sguardo assente della gente, estranei che in fondo conosco un po’, orari e luoghi che si sono intersecati per anni, casualità e distrazione. Non sogno di portare tutto con me, non è mai stato un paradiso: un quartiere di periferia, transito per molti, futuro di pochi, paesaggio scarno e crudele, molto verde tutt’attorno, poco dentro, nessuna decorazione, nessun palazzo storico, pochi fronzoli. Non è mai stato un paradiso: non puoi lasciare il motorino sotto casa perché la mattina seguente puoi trovarlo incendiato o non trovarlo più, c’è il pazzo che non fa che urlare di notte, c’è sempre qualche cane lasciato solo in casa a guaire di solitudine per ore e ore.

Ma oggi è una giornata serena e tutto questo sembra non contare. Il cielo, limpido e intenso, sembra di lucida glassa; il sole scalda la pelle come in estate ma si può respirare. Sembra tutto più dolce, anche se nulla è cambiato. E sento di amarlo ed odiarlo, perché mi ritrovo a guardare con un sorriso e gli occhi lucidi quello che domani tornerei a maledire. Ma è così che ha fatto in questi anni, è così che fa con chiunque passi di qui.
Guardo il tramonto disegnare ombre lunghe sui palazzi. I merli si ordinano sui tetti e intonano il loro saluto al sole. L’aria diventa improvvisamente più fresca, cancellando quello che fino ad un istante prima sembrava un miraggio d’estate.
E’ finita. Scivolano gli ultimi raggi, annegando in tiepida incandescenza, arrossiscono e si spengono. Quasi non batto le palpebre per non perdere nemmeno un istante di questo addio.
Perché ora so che lo sto facendo per l’ultima volta.

“I’ll show that all the dreams are true
if you only let them be before the winter.”

Buon anniversario a me.

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The Opening (Die Mutter)

Hai creato il mio cuore ma hai saputo riempirlo solo di assenza. E hai deluso mani in attesa di altre mani e braccia vuote di abbracci perduti e mai ritrovati. Hai saputo piegare ogni resistenza, la mia ribellione un capriccio da addomesticare e sistemare come un soprammobile da spolverare di tanto in tanto nella schiera dei tuoi successi. La mia vita è un grido silenzioso: non hai mai capito una sola parola, non hai dato ascolto a nessuna delle mie lacrime, non hai saputo asciugare la mia disperazione, hai voltato lo sguardo altrove davanti alla mia miseria. Hai tentato di soffocarmi cercando di impagliarmi da viva, ero solo una bambina morta che ancora respirava e si dibatteva, un pesce appeso all’amo che si straziava la bocca agognando la libertá; scaricavi generosamente corrente elettrica attraverso il filo spinato che mi avvolgevi attorno. Non sono stata in grado di liberarmi: le mia labbra portano ancora i segni della lotta, il mio stomaco ha smesso di funzionare. Ho ingoiato il tuo veleno fino a scoppiare, lo facevo per te, per imparare ad accettare una violenza al giorno, perchè la vita è solo dolore e bisogna dissimulare. Ho rinnegato ogni ideale, mortificato ogni talento, spento ogni passione. Per te, solo per te, perché ero tutta sbagliata, la risultante errata di un’equazione perfetta. Hai tentato di cancellarmi, di lavarmi via, di scolorirmi, come una macchia di sangue sui vestiti, una vergogna da nascondere nel buio di una cantina, insieme agli scheletri e ai fantasmi.

Ebbene, ho ascoltato i loro racconti, le loro voci nella mia testa mi hanno addormentata ogni sera, le loro ossa fredde hanno ballato per me ogni notte. Sono diventati la mia famiglia, mi sono rimasti accanto quando ho creduto di essere sola, sono stati gli unici complici per quello che credevo un peccato mortale. Nelle loro braccia ho trovato conforto, nelle pagine invecchiate di storie immutabili, tra l’inchiostro e la fantasia, nelle visioni che mi sono entrate dentro ed ora sono in me. Ora sono io quelle ossa che posso far ballare lontano dai tuoi occhi e ho un oceano sconfinato di favole nere che sanno nascere nella mia mente. Ci sono cose che non si possono uccidere, non sanno sparire. E sono cose che, sfuggendoti, hanno trovato rifugio negli unici luoghi in cui non saresti stata in grado di arrivare: in quella zona del mio cervello capace di creare ció che non esiste. E quella che tu chiami arte è un’impronta scialba di un neorealismo mediocre dal quale non sei mai stata in grado di affrancarti. Per me saresti stata tutto, ogni meraviglia avrebbe portato in sè il tuo nome, sarei stata fiato di ogni tua gloria. Invece sei in me solo come uno strappo nel cuore, un segno di catene strette ai polsi e la paura di poter amare.

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Hey hey, My my

Sfoglio foto che non mostrerò mai a nessuno. Ho ricci lunghissimi rosso rame, quasi fiamme sotto il sole, eppure risalgono a tempi estranei ai misteri della colorazione, quando “inferno” e “ciliegia” non avevano nessun denominatore comune e loro si schiarivano spensierati di salsedine in mesi di vacanze. Sorrido alla macchina e mi brillano gli occhi – quando ho spento quel sorriso? Ho una margherita tra i capelli, un twin set lilla, jeans scuri e Docs viola. Sono elettrizzata, allacciata a lui faccio smorfie all’obbiettivo: è la prima volta in un parco nuovo e sono innamorata, del giorno, dell’amore, di lui, dell’erba e delle rose.

Forse è stato questo ricordo di amore a vestire quel luogo di sacro ma sarei tornata lì per anni, ogni volta che avessi desiderato fuggire dal mondo.
Con i libri e il blocco da disegno, tante penne colorate e la bottiglietta dell’acqua a gocciolare nello zaino inzuppando gli appunti;
Con gli occhiali da sole anche sotto la pioggia, un cappotto di lana e gli anfibi sporchi di fango;
Con un cappello di paglia e una gonna che sfiora l’erba, a rincorrere scoiattoli e mangiare gelato;
Con la gonna a tubino, una camicia bianca e quelle odiose scarpe per sembrare più alta che non vedo l’ora di togliere per dimenare le punte dei piedi al sole;
Con le All Stars nere che non riesco a buttare via, le mani che tremano e la prima maglietta verde della mia vita, con sù la scritta “Revolution” in bubblegum fuxia, caotica e profetica mascotte di una rivoluzione iniziata per caso, con un ciao e un addio tra le mani, per la nostra ultima volta insieme.

Perché oggi sono lì solo nella mia mente, percorro i viali in silenzio seguendo i percorsi meno battuti, le onde si increspano scintillando alla mia destra ma seguo la strada che si discosta dal lungomare: voglio ancora sognare di catturare, in mille foto immaginarie, il profumo del roseto in fiore.

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Cercami nel 2046

Io sono una brutta persona. Sono distante, aliena, chiusa nel mio mondo. Eppure ti sono accanto ogni giorno, ma solo quando non puoi vedermi. Calpesto la stessa erba che han solcato i tuoi passi e spero che il vento mi porti il tuo respiro. Quando incroci il mio sguardo mi volto e avvampo, mordendomi le labbra di nascosto. Se mi rivolgessi la parola sussulterei spalancando gli occhi e poi sarei ruvida e distaccata e mi allontanerei velocemente.
A volte mi capita di sfiorare l’impronta delle tue dita sulla maniglia di una porta che hai appena varcato e penso a come sarebbe prenderti per mano. Sono accanto a te sulla panchina

    che hai appena lasciato.

      Dico: “Hai visto quelle nuvole in cielo? Non sembrano tanti bambini all’uscita da scuola? E quella lì? Quella è una giovane innamorata di quel ragazzo, quello nascosto dal cappello di nuvole lì dietro, e quelle, quelle rondini che passano, han preso il volo dalle sue mani e lei spera che lo raggiungano perché è come se a raggiungerlo fosse una parte di lei, anche se quella parte è solo un suo sogno…”.

Chissà come reagiresti se ti dicessi una cosa del genere. Forse rideresti di me. Forse capiresti che sono una brutta persona. Per questo quel sogno preferisco tenermelo stretto.
E le nuvole mi guardano piangere, sola, seduta su una panchina. E chissà cosa pensano.

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Ad occhi chiusi

C’è un bel sole fuori, forse è quasi estate: c’è un libro abbandonato sul pavimento di piastrelle ed io cammino tra le sue righe. Il mio cappello di paglia ha un forte odore di liquirizia. Mi chiedo come faccia la paglia a sapere di liquirizia e intanto continuo a saziarmi ad occhi chiusi del suo odore, ne faccio indigestione.
Sono seduta all’ombra di un girasole: dondolo la testa all’unisono con la corolla, mi abbandono mollemente con lui nella brezza.
Vedo migliaia di girasoli, un mare giallo, corale. Si respira un forte odore di vite. Ci sono grappoli scuri, carichi ed affaticati e risa tutt’intorno, affaticate anch’esse ma gioiose, come le onde sulla battigia. Ci sono diamanti sospesi sulle onde, devono essere diamanti altrimenti non si spiega quel prezioso chiarore e c’è la tua pelle bruna che sa di biscotto, di una cosa buona da mangiare. Come le tue labbra scure quando sorridi e accendi il sole da qualche parte nel mondo e sui tuoi denti di latte. È dentro un bicchiere di plastica, è il più buono mai assaggiato, mentre la pineta intorno, intera frinisce, assordante, di cicale. S’alza il vento e tutto tace. Sa di sale e di tempesta ed è dolce di nespoli in fiore, è caldo di asfalto e fresco di indaco. Se potesse parlare avrebbe la tua voce. Se potesse parlare forse sceglierebbe il silenzio.
So che è venuto a cercarmi, è venuto per me. Ma lo lascio aspettare, ancora un attimo, un attimo ancora. Lo voglio solo respirare. Ma ad occhi chiusi.

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