Tag Archives: ondesonore

Ancora un po’ con me

Indugiano le dita sulle coste dei libri esposti, promesse di ore da non trascorrere soli, indugiano sulle costole, tra custodi di emozioni intense e fragilità umana. Dita che strappano un attimo, un sospiro, un respiro trattenuto, un brivido. Dita che stringono braci, che bruciano, che rimangono come tracce tra le dita. Rimanere come traccia sulle dita. Guardami. Cosa vedi? Stringimi, tienimi con te, una settimana, un giorno. E sono ancora via. Un ricordo in fondo ad un bicchiere, una pagina strappata, il calore di un caffè. Sono le braccia sporche di pasta frolla, il fuoco che scoppia alle mie spalle, un bacio soffiato piano tra le scapole e il collo, ricordo di tenerezza lontana; sono Bambi e Tamburino stampati sul petto da stringermi addosso. Sono un ricordo che non vuole morire, come le braci rosse sotto la cenere. Sono la brace. Sono la cenere. Sono quello che rimane quando tutto è ormai perduto. E’ malinconia grave quella incollata alla tua vita, da lavare via sotto il getto della doccia, profumo di vaniglia e cocco, un’estate mai trascorsa che si stupisce di un nuovo inverno. Sono la pelle esposta al sole, macchia da esporre, ossa esposte alla pelle e poi sotto, ancora più sotto, tra i vestiti e le ombre, sguardo perduto di una resa senza gloria.

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Isolated System

Da tempo ormai ho smesso di cercare ispirazione, di preparare, di dare una forma appropriata ai pensieri. Ho semplicemente smesso di credere ad una cosa in più e inaspettatamente nella mia vita non è cambiato niente, non ne sento la mancanza, non sento un vuoto diverso, ad accezione del deserto in espansione che mi abita. Continuano a scomparire pezzi, ma basta alzare il volume della musica e non ascoltare il silenzio di quello che non c’è più. Cancello ricordi, voci, parole, promesse, preghiere. C’è solo un’eco muta scavata nelle vene cave, rimbombo nell’esoscheletro di ciò che ero; la macchina dei miei sogni in arresto, una implosione di stelle, un grido nello spazio, continua emorragia sentimentale, dispersione che mi abbandona, come pioggia che si distacca dall’asfalto per tornare in cielo. Vivo una vita non mia, un posto che non mi appartiene, fingo malamente interesse per persone che potrebbe essere cancellate dalla terra domani, inclusa me stessa, senza nemmeno strapparmi un sospiro. Non mi manca niente. Mi manca ogni cosa. Cancello, elimino, distruggo, sopprimo tutto ciò che non ho. Continuo a ripetermi che non può mancarmi quello che non conosco. Non mi può mancare la vita che non posso avere. Maledico il sole che non vedo più, provo a convincermi che non esista più nulla, non ci sia nulla oltre questa coltre grigia, non sorga da qualche parte, nel mondo, non spiri il vento dal mare spingendomi a correre, non esistano strade abbaglianti di luce, non esistano abbracci capaci di farmi sentire a casa. Mi corico ogni sera in un letto di spine chiedendo alle tenebre di lasciarmi tregua: si affollano nella mente nomi e volti di una vita passata; mi alzo, al buio, e attendo inesorabile che trascorrano quei quindici minuti che li relegheranno di nuovo nell’oblio dei ricordi, senza voltarmi. Sono Proserpina confinata nell’Ade.
Era un’altra vita. Era vita. Una volta. Ora non più.
Sapevo scrivere una volta. Ora restano solo vuote parole.

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Endlessly, she said

Lei è bianco. Scommetto le piaccia e la spaventi in egual maniera. Bianco fluttuante come la neve, bianco lontano come le stelle, bianco, lontano, che ti riempie gli occhi ma non si fa toccare, che ti guarda amorevole ma non ti può abbracciare. Come i sogni, che sono ovunque ma non sai mai quando iniziano, ti ci ritrovi sempre in mezzo e pensi di essere sveglio. Sogni che a volte ti prendono per mano. Un’equilibrista squilibrata, terminatore, luce e ombra, sonno e veglia. Sulla terra ma lontana anni luce, su pianeti che lei sa abitare, da cui può ritornare, che sono suoi ma che ti chiede di reinventare. Ride tra le lacrime e si perde, tra sogni e reale. E sa aspettare. Ed io ne sono certa. Endlessly.

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Parabola: burnout

Si spengono le luci, una dopo l’altra, buio in sala, silenzio: lo spettacolo sta per

    finire di allineare riviste, candeggiare superfici e tessuti fino a renderli nivei, lunari. Amo il bianco perché è assenza, è così che immagino il nulla, è così che mi immagino un giorno: bianca, luminosa e sospesa, come una stella, bruciare nel cosmo, consumarmi, di fuoco e luce, morire

    di noia, di giorni infiniti, di eterne attese. Io non mi spazientisco, non reclamo, non richiedo. Io aspetto. Ed implodo nell’attesa, mi divoro le budella ma aspetto, attendo il mio turno per

    sperare che finisca presto l’inverno che deve ancora arrivare, mentre brividi di febbre mi sconquassano
    i singhiozzi, non li riesco a fermare, sono come pugni, lacerano e irrompono, vestiti di nero
    e borchie, per non farmi sfiorare, ho le cuffie pigiate nelle orecchie ma non c’è suono, ma non lo sai, mi ignori per principio ed è quello che spero tu faccia: ignorami, prosegui, non ti voltare
    perché comunque sarà troppo tardi per rimediare, troppo tardi per una nuova vita…ma ci hai mai creduto a questa storia di rifarsi una vita? Io no, finché sarò non ci saranno alternative, ma trovami tu un modo semplice per uscirne
    se puoi, da me, dalle mie braccia, dai miei sogni, da tutto ciò in cui ti ho intrappolato per tenerti con me, ancora un attimo, ancora, ancora
    ancora una volta ci casco, guardo nello specchio tutta la pelle che potrei ancora levarmi, tutto ciò di cui ancora posso spogliarmi, perché ho sempre creduto di potermi togliere tutto, all’infinito, togliere cibo fino a vivere d’aria
    di mare; questo è l’odore della nostalgia: lo iodio che gonfia i polmoni, il vento teso che spazza le grida, urlare controvento e sentirmi sorda, urlare senza voce di parole che non posso pronunciare, che non so pronunciare, che muoiono
    i sogni all’alba, muoiono negli occhi di chi non li sa fermare
    il tempo, le dita che scorrono senza sosta seguendo pensieri senza capo, pensieri decapitati e inconsapevoli, si placano di giorno ma è quando
    si spengono le luci, una dopo l’altra, buio in sala, silenzio: lo spettacolo sta per
    finire.

(e non l’ho mai dimenticato, purtroppo: Buon compleanno)

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Before the winter

Italy, 10.10.11
I miei passi crepitano dentro le sneakers. C’è un tappeto arancione dove fino a ieri c’era l’asfalto, già spezzato dalle radici affioranti degli alberi. Un giorno salterà via e le radici correranno per le strade, le fronde invaderanno le finestre dei palazzi tutt’attorno, l’edera coprirà l’intonaco scrostato e gli uccelli nidificheranno sul cavalcavia, indisturbati, come in una favola.
Cammino con una canzone sparata nelle orecchie e mille pensieri per la testa. Sto ripercorrendo la solita strada, quella che finora mi ha portato a casa. Lo sto facendo per l’ultima volta ma non so se ne sono consapevole. I miei occhi percorrono l’abitudine, scivolo sotto lo sguardo assente della gente, estranei che in fondo conosco un po’, orari e luoghi che si sono intersecati per anni, casualità e distrazione. Non sogno di portare tutto con me, non è mai stato un paradiso: un quartiere di periferia, transito per molti, futuro di pochi, paesaggio scarno e crudele, molto verde tutt’attorno, poco dentro, nessuna decorazione, nessun palazzo storico, pochi fronzoli. Non è mai stato un paradiso: non puoi lasciare il motorino sotto casa perché la mattina seguente puoi trovarlo incendiato o non trovarlo più, c’è il pazzo che non fa che urlare di notte, c’è sempre qualche cane lasciato solo in casa a guaire di solitudine per ore e ore.

Ma oggi è una giornata serena e tutto questo sembra non contare. Il cielo, limpido e intenso, sembra di lucida glassa; il sole scalda la pelle come in estate ma si può respirare. Sembra tutto più dolce, anche se nulla è cambiato. E sento di amarlo ed odiarlo, perché mi ritrovo a guardare con un sorriso e gli occhi lucidi quello che domani tornerei a maledire. Ma è così che ha fatto in questi anni, è così che fa con chiunque passi di qui.
Guardo il tramonto disegnare ombre lunghe sui palazzi. I merli si ordinano sui tetti e intonano il loro saluto al sole. L’aria diventa improvvisamente più fresca, cancellando quello che fino ad un istante prima sembrava un miraggio d’estate.
E’ finita. Scivolano gli ultimi raggi, annegando in tiepida incandescenza, arrossiscono e si spengono. Quasi non batto le palpebre per non perdere nemmeno un istante di questo addio.
Perché ora so che lo sto facendo per l’ultima volta.

“I’ll show that all the dreams are true
if you only let them be before the winter.”

Buon anniversario a me.

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Why don’t you close your eyes and reinvent me

La pioggia contro i vetri, precipita dal cielo, nella notte. Chiudi le tue braccia attorno a me. E se mi sentissi soffocare respira dentro me. Avvolgimi di brividi se tremassi dal freddo, scaldami al cuore dei tuoi sogni, sussurrami una favola, di quelle alle quali si vorrebbe credere per piangere di gioia, portami con te se mi lasciassi andare.
Tensione nervosa, inarrestabile impazienza: i miei pensieri non riposano mai, si agitano convulsi sotto le palpebre chiuse, premono il petto con le loro danze frenetiche.
Ieri è stato un giorno mancato in giorni che si inseguono senza logica. Un tempo avrei saputo raccogliere ogni istante, ora mi sfuggono come argentee schiene di pesci sott’acqua. Ed io sott’acqua non so nuotare.
Sono una ragazza in dissolvenza, impronta sulla sabbia che sparirà con la prima onda, cresta di schiuma. Se avessi bisogno di me sapresti dove trovarmi – in luoghi dove gli sguardi corrono veloci, dove si può essere nessuno e chiunque: quella con gli occhiali scuri, riflesso viola livido, quella su un treno che non va da nessuna parte, passeggero distratto e silenzioso, quella che si anima per nulla e per nulla si immobilizza, come i gatti davanti agli abbaglianti.
La pioggia continua a cadere senza paura. Di gocce viziate e colpevoli. Di un’estate lasciata a marcire. Sono un corpo martoriato da carezze invisibili, il sangue scorre furioso per arrestarsi in un cuore inerte; non è il tempo che passa, sono i giorni lasciati ad invecchiare.
Ascoltami mentre mi muovo: nel silenzio d’oro sentiamoci fortunati, ricchi e appagati stringendo le nostre dita. Ascoltami mentre tutto attorno sembra fermarsi. Dimmi cosa senti. Se potessi inciderei con le mie unghie le tue braccia e striscerei sottopelle, se avesse un senso scivolerei sotto questa pioggia nuda e mi lascerei lavare via i pensieri, li guarderei impregnare la terra e aspetterei, ad occhi chiusi, di sentire il profumo dei germogli.
Ascoltami mentre mi muovo.

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Been here before, been here forever

Farlo lo stesso anche se fa male, continuare imperterrita, nonostante una voce nel cervello supplichi di lasciare andare. E’ come accanimento terapeutico o come non voler smettere di fumare. Forse dovrebbe arrivare il momento di alzare le mani e guardare l’orologio e dichiarare la sconfitta. Come dovrebbe venirti voglia di rimettere nell’astuccio la sigaretta. E invece non lo fai, anche se mi spezza il cuore. E io lo faccio, ma per tenerlo intero. Fronti opposti, medesima battaglia. Cosa si fa per essere felici? Cosa si fa per sentirsi vivi? Forse si ama da suicidi, si stringono i piedi strettamente nelle bende e si impara a camminare. Si impara la sublime arte del masochismo, a trarre piacere dal dolore come sangue dalle rape. O ci si continua a avvelenare, ogni giorno un po’, adducendo la colpa al non sapersi privare del piacere. Come di correre oltre ogni limite tachimetrico anche se ci si può ammazzare. Come di baciarsi clandestini temendo di farsi scoprire. Oppure sognare di passione travolgente e respiri affannati e caldo e pelle e odore di umano amore. Svegliarsi madidi e stanchi, svegliarsi come da un sogno profondo, radicato nelle viscere e nelle ossa; rimanere atterriti, un corpo pulsante ed elettrico abbandonato tra le lenzuola. Tornare lentamente in sé da un orgasmo onirico, come se il corpo e il cervello condividessero un misterioso mondo, all’oscuro della coscienza che si interroga senza risposta. E di domande la coscienza non ha mai abbastanza: è veramente questo che vuoi? E’ giusto? Quanto vale una vita se non è mai completa? Cosa cerchi da te? Quanto pensi di resistere? E’ una strada a senso unico quella che percorri? Dove pensi di arrivare?
Eppure sai di esserti messa in viaggio solo perché avevi una grande voglia di fuggire: hai allargato le braccia al primo incrocio e hai chiuso gli occhi, cominciando a girare; e quando hai visto dipingersi sotto le palpebre la risposta ti sei fermata e l’hai guardata dipingersi sulla strada ai tuoi piedi. Come la spieghi la predestinazione?


E questi, i miei sogni tra l’amaranto e le ombre.
“Say you string me along.”

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Crepuscol’aria

Ragnatele di sole tra gli alberi, odore di erba schiacciata, solletica i piedi, umida, spandendo aromi che non conosco. L’acqua ferma che sa di terra e bagna attese rimandate. Penso alle mie dita che dentro le tue mani si perdono e le parole che fluiscono sempre come fiumi in piena che non posso affidare a questa acqua perché non le porterebbe lontano. E’ forse l’aria che mi manca anche quando ha un altro nome, lo scoppio di risate lontane che ormai non riconosco nemmeno?
E’ un’estate che ha un viso sconosciuto, l’acqua senza sapore che bagna le labbra, lasciarla asciugare sulla pelle senza traccia, sentirsi come un panno umido steso al sole. Tra i miei pensieri continuo ad annaspare, come in questa acqua che non trattiene in superficie, in questa acqua difficile dove si precipita se ci si lascia andare. E continuo a trattenere tra i pugni, stretti, la paura di essere me stessa, di non sapere se ti troverò accanto per riportarmi a riva quando non avrò più la forza di lottare.
L’estate non è fatta per la solitudine eppure la coltivo come una pianta infestante, affonda le sue radici nelle mie vene e mi ritrovo ad amarla come tutti i tuoi difetti. Le illusioni che crepitano tra i sassi sulla riva, i miei passi che continuano a portarmi lontano da posti conosciuti e la nebbia che sale dalla terra e si incolla alle gambe come baci umidi ricevuti per gioco.
Aspettami al crepuscolo perché è il solo momento in cui ci possiamo vivere, quando il giorno caotico volge al termine e le sdraio cominciano a sparire, nella pace e nell’attesa; vorrei stringerti tra le braccia e non avere pensieri, vorrei guardare il sole spegnersi nei tuoi occhi e trovarci un sorriso, vorrei un sussurro all’orecchio per sentirmi speciale, arrossire di piacere, come un sole che affonda o come un papavero che sboccia, tra le tue mani.

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Tango

Forse la nostalgia mi ucciderà, mentre queste strade continueranno a odorare di salsedine e follia. Sei bella, di una malinconia sciatta e abbandonata, bella come le donne che hanno smesso di guardarsi allo specchio ma l’ultima volta che si sono specchiate hanno sorriso per un attimo di orgoglio. Bella di un dolore lontano e mai sopito, come la paura di partire e la frustrazione di non sapere dove andare. Continuo a guardarti e a rivedere me stessa; tra le strade, tra la gente, io mi immergo per ritornare.

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La velocità del dolore

Ehy.
Sono trascorsi anni e ancora abiti la mia testa. Il tuo inganno come tarlo nelle mie tempie. E poi il nulla. 00:00. Cifre tonde, spazi vuoti, circoscritti, da riempire dei nostri segreti. Avresti dovuto sceglierle meglio le parole. O forse non avresti potuto sceglierne di migliori. Ma non ho saputo cogliere la tua confessione spontanea, l’anticipo di ogni delitto.
Ora io non posso dormire per i troppi coltelli piantati nella mia schiena, un coltello per ogni giorno trascorso con te.
Mi hai insegnato che
il tempo per odiare non finisce mai.
E quel tempo è tutto ciò che mi hai lasciato. Proporzione diretta per attimi di tradimento. E ora vorrei ancora vederti bruciare nella tua poesia, ma non più per me, solo davanti ai miei occhi, mentre ti tengo stretta la mano, perché ancora non so lasciarti andare.
Piangi per me, sdraiati con me, muori con me. Io lo farei.
E ricordati, sempre,
ogni volta che penserai di esserti liberato di me,
che lo scricchiolio che avvertirai dentro il tuo cuore fottuto,
sono io.

E che tu sia maledetto
E.D.

in italic “Speed of Pain” – Marilyn Manson (trad.)

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