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Chi è Keyser Söze?

È solo un ruolo come un altro da interpretare. Un trucco da indossare, un gioco. È sopravvivenza. Sono qui ma non ci sono. Sono strega tacchi alti, sono Alice, sono Mangiami e Bevimi. Fumo adesso, perché io non fumo. Spegnerò la sigaretta e calerà il sipario. Tu ora sei con me ma io non ti penso. Sei un’illusione della mia mente, ti parlo come fossi un inganno. Partirai e nemmeno lo ricorderò. Questo momento lo abbiamo vissuto mille volte e mai. È solo sangue che scorre contromano che ci uccide nello stesso modo in cui ci libera. Lo ricordi Keyser Söze? Io ho imparato a fingere di saper correre sui vetri e le funi, ma in realtà non so nemmeno camminare.

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Oltre

La verità è che di andarmene non mi dispiace neanche un po’, sapete? Niente, nulla. Non lascio niente, non ho niente, non ho costruito niente perché quello che pensavo di aver costruito è crollato in un istante. Non c’è più niente di niente. Passa anche la nostalgia. Passa anche quella sensazione di incompiuto. Passa tutto. Passa oltre. Ti senti quasi sereno quando ti rendi conto che è la cosa giusta. E rimpiango tutto, tutto il passato, tutti gli errori, i calci che non ho imparato a dare, tutto. Pensavo che soffrire in silenzio fosse la chiave e non lo è. Quindi tu, essere umano che leggi, esci e fai del male, colpisci, aggredisci, usa, sfrutta, non soffrire mai, non piangere mai, non fare come me, se ho capito una cosa è di aver sbagliato tutto. Non esistono buone cause, non esistono pene che valgano il dolore, non esiste nulla che non sia tu. Vai e colpisci duro senza paura.

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Trovami un modo semplice per guarire

L’ho ritrovato adesso.
L’ho scritto 2 ore dopo l’accaduto, 12 prima di saperlo.
Trovami un modo semplice per guarire.

I fiori erano bianchi, ma non potevo distinguerli. Ora so quali fossero, perché li ho tenuti in mano tutto il giorno prima di chiuderli là dentro con te.

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.Bevimi.

Fingo di non vedere la luce cambiare il disegno delle ombre. Da qualche parte, in ogni casa, un orologio scandisce pesantemente i secondi nel silenzio profondo. Un fragore feroce mi ottunde i timpani mentre decido di chiudere gli occhi e guardare altrove. Da qualche parte, in ogni casa, quei secondi cadenzati sembrano rallentati dal rincorrersi dei miei battiti. Stringo gli occhi mentre lo stomaco si riempie di un vuoto pneumatico e le forze abbandonano le gambe, giù, fino al tremolio delle ginocchia, più giù, fino ai piedi che vorrebbero sollevarsi. Guardo altrove ma ad occhi chiusi, mi nascondo allo sguardo.

Sono persa, persa, perduta. Sono dannata e mortale: intreccio schizoide di umanità e pudore, ostinata incertezza. Come strada da percorrere, abbandonata, mi sottraggo, faccio ritorno, mi pento, cedo, corsa cieca e languida e poi di nuovo arresto. Ci sono milioni di fili invisibili stretti attorno, tessuti di sogni vissuti a metà, intrecci di dita e sospiri, di occhi e rinunce.

Il desiderio cieco che sui fili danza, vorrebbe rincorrere una luce che non vede ma sente esistere, e nel farlo di tormento arde e anela e poi rischia ancora e ancora di morire per il troppo bisogno di vivere.

Nevicano attese, ogni fiocco piange sé stesso, consistenza di cristallo che si spezzerà sul selciato. E invece atterrare è un abbraccio e dalla gioia arrossisce e si scioglie, perché nel raggiungere casa ha terminato la corsa. Forse sospira e trema prima di lasciarsi andare. Sospira e trema. E chiude gli occhi per non vedersi riflesso nel destino di un altro, nella fragilità di un altro, nell’errore che sarà il diventare acqua e non più cristallo. E bagnare le labbra di chi lo berrà.

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Still life

Apro gli occhi sul panico, si apre nel petto una voragine, finanche si separano le costole, come  sotto la spinta di un divaricatore. Apro gli occhi e smetto di respirare per…uno…due…tre…infiniti secondi. Buio. Buio pesante. Occhi gonfi. Corpo indolenzito. Il frastuono di una goccia che cade nel lavandino. BUM. Il frastuono del silenzio che inghiotte la vita fuori. E’ crimine, è ruggine, è vuoto cosmico che tutto ingloba. Sono Atlante con i nervi spezzati. Com’è cominciato tutto questo? Non lo so, quasi non lo ricordo. Ricordo la fretta, necessità impellenti da soddisfare, il progetto di un sacrificio che prima o poi sarebbe stato ripagato. Con la disperazione. Sono implosione di cose mai dette, di sogni infranti, di debiti mai pagati. Sono carne vivisezionata, sono cadavere all’obitorio con gli occhi sbarrati, increduli. Sono sangue che spilla dai graffi, sono intrico di segni rossi come codici segreti. Raccoglili tutti e deciframi. Sono davvero solo un passato interrotto? Sono piacere mai esacerbato, sangue che marcisce e secca, brividi intensi ma di freddo e paura, denti di ansia che ogni pensiero divora.

Noia dipinta su un vetro. 24 ore per finire. 24 ore per ricominciare. 24 ore e nulla è cambiato, tranne il volto allo specchio. 24 ore per ogni intero minuto, che non si può accorciare, tagliare, rifiutare. Come ogni minuto inesorabilmente con l’ossessione si paga. Rette simmetriche, conta tre volte, allenta il respiro fino a mancare; sguardo basso, non mi cercare, impilo costante, allineamento feroce. Ore palindrome, chiudere gli occhi, inspira, esala, inspira, dispera, inspira, scatena, incatena, espira. Domani è un altro giorno, domani sarà uguale. Spegni la luce, spegni la voce, spegni il domani, spegni la fiamma, spegni il buio. Lasciami andare. Lasciami andare.

Lasciami.

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Isolated System

Da tempo ormai ho smesso di cercare ispirazione, di preparare, di dare una forma appropriata ai pensieri. Ho semplicemente smesso di credere ad una cosa in più e inaspettatamente nella mia vita non è cambiato niente, non ne sento la mancanza, non sento un vuoto diverso, ad accezione del deserto in espansione che mi abita. Continuano a scomparire pezzi, ma basta alzare il volume della musica e non ascoltare il silenzio di quello che non c’è più. Cancello ricordi, voci, parole, promesse, preghiere. C’è solo un’eco muta scavata nelle vene cave, rimbombo nell’esoscheletro di ciò che ero; la macchina dei miei sogni in arresto, una implosione di stelle, un grido nello spazio, continua emorragia sentimentale, dispersione che mi abbandona, come pioggia che si distacca dall’asfalto per tornare in cielo. Vivo una vita non mia, un posto che non mi appartiene, fingo malamente interesse per persone che potrebbe essere cancellate dalla terra domani, inclusa me stessa, senza nemmeno strapparmi un sospiro. Non mi manca niente. Mi manca ogni cosa. Cancello, elimino, distruggo, sopprimo tutto ciò che non ho. Continuo a ripetermi che non può mancarmi quello che non conosco. Non mi può mancare la vita che non posso avere. Maledico il sole che non vedo più, provo a convincermi che non esista più nulla, non ci sia nulla oltre questa coltre grigia, non sorga da qualche parte, nel mondo, non spiri il vento dal mare spingendomi a correre, non esistano strade abbaglianti di luce, non esistano abbracci capaci di farmi sentire a casa. Mi corico ogni sera in un letto di spine chiedendo alle tenebre di lasciarmi tregua: si affollano nella mente nomi e volti di una vita passata; mi alzo, al buio, e attendo inesorabile che trascorrano quei quindici minuti che li relegheranno di nuovo nell’oblio dei ricordi, senza voltarmi. Sono Proserpina confinata nell’Ade.
Era un’altra vita. Era vita. Una volta. Ora non più.
Sapevo scrivere una volta. Ora restano solo vuote parole.

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Parabola: burnout

Si spengono le luci, una dopo l’altra, buio in sala, silenzio: lo spettacolo sta per

    finire di allineare riviste, candeggiare superfici e tessuti fino a renderli nivei, lunari. Amo il bianco perché è assenza, è così che immagino il nulla, è così che mi immagino un giorno: bianca, luminosa e sospesa, come una stella, bruciare nel cosmo, consumarmi, di fuoco e luce, morire

    di noia, di giorni infiniti, di eterne attese. Io non mi spazientisco, non reclamo, non richiedo. Io aspetto. Ed implodo nell’attesa, mi divoro le budella ma aspetto, attendo il mio turno per

    sperare che finisca presto l’inverno che deve ancora arrivare, mentre brividi di febbre mi sconquassano
    i singhiozzi, non li riesco a fermare, sono come pugni, lacerano e irrompono, vestiti di nero
    e borchie, per non farmi sfiorare, ho le cuffie pigiate nelle orecchie ma non c’è suono, ma non lo sai, mi ignori per principio ed è quello che spero tu faccia: ignorami, prosegui, non ti voltare
    perché comunque sarà troppo tardi per rimediare, troppo tardi per una nuova vita…ma ci hai mai creduto a questa storia di rifarsi una vita? Io no, finché sarò non ci saranno alternative, ma trovami tu un modo semplice per uscirne
    se puoi, da me, dalle mie braccia, dai miei sogni, da tutto ciò in cui ti ho intrappolato per tenerti con me, ancora un attimo, ancora, ancora
    ancora una volta ci casco, guardo nello specchio tutta la pelle che potrei ancora levarmi, tutto ciò di cui ancora posso spogliarmi, perché ho sempre creduto di potermi togliere tutto, all’infinito, togliere cibo fino a vivere d’aria
    di mare; questo è l’odore della nostalgia: lo iodio che gonfia i polmoni, il vento teso che spazza le grida, urlare controvento e sentirmi sorda, urlare senza voce di parole che non posso pronunciare, che non so pronunciare, che muoiono
    i sogni all’alba, muoiono negli occhi di chi non li sa fermare
    il tempo, le dita che scorrono senza sosta seguendo pensieri senza capo, pensieri decapitati e inconsapevoli, si placano di giorno ma è quando
    si spengono le luci, una dopo l’altra, buio in sala, silenzio: lo spettacolo sta per
    finire.

(e non l’ho mai dimenticato, purtroppo: Buon compleanno)

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Before you know I will be waiting all awake

Le giornate iniziano a rilento. Il sole è bagliore invisibile nella nebbia, si spande come infezione sopra le case, sotto le nuvole. La città, distesa nella valle, quasi scompare: uno skyline azzurrato, finestre che luccicano come pezzi di vetro abbandonati nella sabbia. Le foglie caduche sembrano sorgere anch’esse, maturare come frutti e poi lasciare per sempre i rami, lanciandosi nel vuoto. E potrei continuare a raccontarti di quanto tutto questo mi sia estraneo e familiare allo stesso tempo. Il veleno dell’autunno è malinconia feroce, segnali precoci di un’ipotermia devastante che sbranerà tutto in rapidi morsi. E poi il silenzio, i suoni sempre più lontani, sempre più attutiti, un isolamento crescente. E in questo isolamento ormai costruisco la mia identità, è ciò che mi assomiglia di più, ciò che sento più affine.
Come i ragni tesso piani impossibili, li costruisco senza far rumore, quasi dal nulla e mi posiziono al centro, immobile, in attesa. Io ti sento arrivare quando il movimento è ancora un’idea nella tua mente.

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Snakebite

Chi sei? Il bordo irregolare di un’unghia scava righe sulla plastica sporca, un “morso di serpente” mi seduce inadeguatamente mentre in modalità teen e fastidio molto più che post-adolescenziale fingo di osservare l’umanità attorno come non ne facessi parte. Chi sei? Costante affiorare di elettricità dal passato, sensazioni defibrillate, emozioni collaterali in continuo martirio. E intanto ripeti quanto tutto questo sia facile, essere sempre la faccia tra il pubblico, essere sempre fuori dai giochi. Le tue parole sono soldati inarrestabili che mi piovono addosso, sono lance che sembrano schivarmi solo per potermisi conficcare attorno, per lasciarmi viva e in trappola; scavi buche profonde 3 metri sotto i miei piedi e stai lì a guardare, resti a guardare le mie gambe vacillare dalla fatica, aspetti che cada. Sapevo sarebbe stato un gioco di resistenza da cui difficilmente sarei uscita indenne, ma sapere cosa accadrà non significa sempre avere una seconda soluzione. Le lacrime hanno smesso di scorrere tempo fa, ora sono oceani che posso contenere. Sono così brava a mantenere tutto entro i margini, io che riempio pagine fitte fitte senza lasciare mai uno spazio vuoto, io che uso quello che ho fino a snaturarlo e ridurlo in pezzi: riciclo tempo e sogni non potendo permetterne di nuovi. Io non guardo mai oltre quello che ho, io non desidero quello che non posso avere, io non faccio mai un passo senza la sicurezza di poter tornare indietro anche se indietro non torno mai. Mai. Ma voglio conservare, conservare ogni cosa, anche l’impronta dei passi, anche le scarpe rotte, anche i rapporti logori e le foto stinte che non guardo mai, le canzoni che riascolto perché non smettono mai di piacermi. Sono una capricciosa spartana, una regina del nulla, sono una stracciona altezzosa. E questo ti fa incazzare. Ma l’orgoglio me l’hanno trasmesso nel sangue, un orgoglio ostinato e malato.
I miei morsi sul tuo collo sono impulsi di rabbia che non riesco ad evitare. Sono affetta da un veleno emozionale che è entrato in circolo e mi trasforma dall’anima. Il mio cuore non è altro che un drone di cui tu hai il telecomando, sono fatta di controllate sinapsi e vuoto pneumatico. Resto ad occhi sbarrati sott’acqua, infarcisco i miei giorni di azioni seriali, infliggo al mio corpo il supplizio del cibo che non vuole più accettare, perché tutto questo è normale.

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The Opening (Die Mutter)

Hai creato il mio cuore ma hai saputo riempirlo solo di assenza. E hai deluso mani in attesa di altre mani e braccia vuote di abbracci perduti e mai ritrovati. Hai saputo piegare ogni resistenza, la mia ribellione un capriccio da addomesticare e sistemare come un soprammobile da spolverare di tanto in tanto nella schiera dei tuoi successi. La mia vita è un grido silenzioso: non hai mai capito una sola parola, non hai dato ascolto a nessuna delle mie lacrime, non hai saputo asciugare la mia disperazione, hai voltato lo sguardo altrove davanti alla mia miseria. Hai tentato di soffocarmi cercando di impagliarmi da viva, ero solo una bambina morta che ancora respirava e si dibatteva, un pesce appeso all’amo che si straziava la bocca agognando la libertá; scaricavi generosamente corrente elettrica attraverso il filo spinato che mi avvolgevi attorno. Non sono stata in grado di liberarmi: le mia labbra portano ancora i segni della lotta, il mio stomaco ha smesso di funzionare. Ho ingoiato il tuo veleno fino a scoppiare, lo facevo per te, per imparare ad accettare una violenza al giorno, perchè la vita è solo dolore e bisogna dissimulare. Ho rinnegato ogni ideale, mortificato ogni talento, spento ogni passione. Per te, solo per te, perché ero tutta sbagliata, la risultante errata di un’equazione perfetta. Hai tentato di cancellarmi, di lavarmi via, di scolorirmi, come una macchia di sangue sui vestiti, una vergogna da nascondere nel buio di una cantina, insieme agli scheletri e ai fantasmi.

Ebbene, ho ascoltato i loro racconti, le loro voci nella mia testa mi hanno addormentata ogni sera, le loro ossa fredde hanno ballato per me ogni notte. Sono diventati la mia famiglia, mi sono rimasti accanto quando ho creduto di essere sola, sono stati gli unici complici per quello che credevo un peccato mortale. Nelle loro braccia ho trovato conforto, nelle pagine invecchiate di storie immutabili, tra l’inchiostro e la fantasia, nelle visioni che mi sono entrate dentro ed ora sono in me. Ora sono io quelle ossa che posso far ballare lontano dai tuoi occhi e ho un oceano sconfinato di favole nere che sanno nascere nella mia mente. Ci sono cose che non si possono uccidere, non sanno sparire. E sono cose che, sfuggendoti, hanno trovato rifugio negli unici luoghi in cui non saresti stata in grado di arrivare: in quella zona del mio cervello capace di creare ció che non esiste. E quella che tu chiami arte è un’impronta scialba di un neorealismo mediocre dal quale non sei mai stata in grado di affrancarti. Per me saresti stata tutto, ogni meraviglia avrebbe portato in sè il tuo nome, sarei stata fiato di ogni tua gloria. Invece sei in me solo come uno strappo nel cuore, un segno di catene strette ai polsi e la paura di poter amare.

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