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Ancora un po’ di niente

Quante cose ho visto finire prima ancora che potessero cominciare. A quante di loro ho strappato le ali, quante ho torturato perché se ne andassero, quante cose mi hanno abbandonato, quante speranze perse. Vai via da me, ma fallo con rabbia. Non soffrire mai, non pensarmi mai. Vai via da me, dimentica ogni parola, non voglio sopravvivere in un ricordo, non voglio sperare. Vai via, cazzo, e fallo adesso che non ho più nulla da perdere o finisce male. Finirei col cercarti, finirei col volerti. Finirei coll’affezionarmi al suono che fai, ai miei disegni su di te, la bellezza che ti annuso addosso, la dolcezza che mordo. Non voglio nutrirmi, non voglio riempirmi. Io sono vuota. Io resto aria, acqua, mi nascondo nella luce, mi rinchiudo nelle ombre. Io mangio buio, respiro nebbia, perché mi fanno male e allora ne prendo ancora un altro po’.

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In a reverie

Io ho imparato a non vivere in me, a lasciarmi andare lontano quando la realtà diventa intollerabile.
È solo la mia mente che vola via mentre fingo di ascoltare, di seguire parabole e precetti, mentre annuisco morendo un po’, mentre dico “certo”, “va bene”, “ok”. Un’abitudine così radicata che non me ne rendo nemmeno conto. Gli occhi restano aperti ma dentro c’è un altro mondo: dentro i miei occhi sto correndo sull’arenile alzando schizzi di sabbia bagnata sui polpacci; dentro ai miei occhi forse è Natale; forse ricordo un abbraccio; forse sono in una macchina a cantare a squarciagola disegnando curve con le mani che seguono l’orizzonte. Forse è la mia anima che scappa, forse è lei che non vuole arrendersi o forse è proprio lei, la vigliacca, che vuole solo fuggire per restare un passo oltre la soglia.
Dicono che si avverta un forte dolore quando l’anima abbandona il corpo. È vero: si stacca dalla pelle come dovesse portartela via. Ma si avverte dolore anche ogni volta faccia ritorno. Perché non va mai via per sempre.
Io, ogni tanto, ci sono: sono finché tu hai voglia di guardarmi, ci sono mentre mi abbracci, perché in quell’istante tutta la mia anima è affacciata ai miei occhi, ogni centimetro di me brucia dentro ai miei occhi. E fa male. Fa male essere dentro un tuo abbraccio, fa male sentirmi vulnerabile, fa male perché, quando l’anima rientra nel corpo lo fa per sentire e gli occhi si inumidiscono di lacrime soffocate mentre penso “mioddio, non guardarmi così, non cercarmi davvero, non toccarmi, non farmi essere così reale”. L’anima che ho brucia nei miei occhi, dove si riflette il mondo, quel mondo che non è perfetto, quel mondo in fiamme solo per me.

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Scream of consciousness II

Tornare. Si dice tornare, come se si dovesse sempre sapere da dove si è partiti. ‘Da sé stessi’ dicono. ‘Da te’, dici. Ma io non lo ricordo, sai, se sono mai stata in me. In continua fuga, in continua smania di andare, lasciare, fuggire, legandomi i polsi e le caviglie con nodi di amore e rabbia. Vomitando tutto il cibo ingerito o trattenendolo a fatica, con disprezzo, con astio. Con rabbia. Carne e rabbia. Rabbia che non provo mai al di fuori di me. Fuggire, dal corpo, dall’anima, dalla pelle, dalla realtà. Una continua fuga, un continuo restare. Le energie che si disperdono nel tentativo di trattenere tutto questo, le energie che ho perso, che perdo, per tenere gli occhi aperti, per restare. E poi basta il rumore di un treno lontano e tac, lo scatto dentro agli occhi, nello stomaco, nelle gambe. Io che guardo i treni passare, gli aerei in volo, gli uccelli in picchiata con gli occhi che bruciano di voglia, di correre, di correre così forte da farmi fiamma, incendio, scintilla. Da correre fino a piangere, fino a sentire i muscoli strapparsi, fino a separare la belva dalla pelle, dallo scheletro, dalle ossa, come potessi sparire, come aspettassi la trasformazione, la redenzione, la metamorfosi.
E sparire. Lontano, in posto che io non sappia raggiungere.
Si fa presto a dire ‘torna’ se non sai da dove partire.

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Lady in the water

Sono giorni perfetti. Giorni da inchiodarsi nei palmi. Giorni da incorniciare nel sangue. Una dea senza pelle, perfette proporzioni e l’impossibilità di riconoscere un’emozione sul suo volto, qualcosa che non faccia male. Non è pena, non è riflesso. È intuito. Come un pizzico alla base del collo. Dove ho sempre pensato nascessero tutte le mie emozioni, uno dei punti più sensibili del mio corpo. Lì da dove partono i brividi lungo la schiena come scosse elettriche, che intorpidiscono cuore, labbra, mani, che fanno tremare braccia e gambe. Un tramonto al contrario, un tuffo nell’acqua, i pesci che saltano sulla superficie azzurra e rosa, increspandola, il sole che taglia, pallido e giallo, giallo come fosse incandescente e invece è tiepido. Emozioni tiepide, sorrisi che si spengono presto, troppo presto. Stiamo percorrendo una strada al contrario ma non stiamo tornando indietro. Una strada sconosciuta che una volta portava a casa, l’odore di erba e selvatico. Il mio sorriso infantile. Quello di quando mi commuovo. E le lacrime che vorrebbero salire. Allora inforco gli occhiali. Guardo il sole. Guardo il sole che cade. Cade lentamente. Cade lentamente come me. Vorrei tuffarmi in fondo al lago. Lady in the water. Tuffarmi e tornare. Ma ho troppo freddo. È inverno. È estate. È inverno solo per me. È inverno e non mi vedi. Dove c’è il prato vedo neve, dove non si può arrivare vedo il ghiaccio spaccarsi. E spaccarmi il cuore.

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Sete di rabbia

È il mondo che sta per chiudermisi addosso, come le poltrone del cinema quando ero bambina. Come le poltrone del cinema anche adesso. È il cuore che si svuota ad ogni contrazione; un cuore nero e opaco, come i tasti consunti di una macchina da scrivere, di cui non rimane traccia di lettera ma le dita sanno dove posarsi. E gli occhi si chiudono e ascoltano, che da qualche parte qualcuno sta scrivendo, da qualche parte qualcuno sta pensando questa storia, oppure sta vivendo. Sotto il cielo, lo stesso, e le nuvole, sempre diverse, con uno spicchio di luna, con le labbra stanche. Labbra che si appoggiano ad un bicchiere come fosse un bacio, labbra che si appoggiano su altre labbra dopo tanti bicchieri.
Se tocco i tasti mi accorgo di non saper scrivere, se tocco i tasti aspetto che mi accettino, che capiscano cosa fare di me. Perché è così che arrivo, con le dita che tremano, con il sangue impazzito, i respiri in tempesta: creo disordini, inciampo, incespico, distruggo. Poi piango, mi dispero, mi stremo, mi spengo.
Solo energia dispersa, un tramonto senza colori, il fragore dell’ultimo fuoco d’artificio senza scintille. Uno spettacolo finito ancora prima di cominciare, con le parole accalcate sulla lingua ma la bocca muta, le mani che gesticolano quasi potessero costruire nell’aria. Ma l’aria non si fa prendere, l’amore non si fa trovare. Restano solo lacrime di rabbia e bicchieri assetati.

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La giocatrice

Non riesco ad aprire gli occhi. (Non ne sono capace). Non riesco a respirare. (Siamo certi sia una cosa naturale?). Non sento muoversi il cuore (forse non c’è), ma lo stomaco sì. È un groviglio di serpenti, è una sfera di granito, una corona di spine.

Ho perso giorni lungo la strada, ho perso tratti, ho perso voglie: le ho calciate nella polvere, nemmeno sapevano rotolare. Ho gettato alle ortiche molti sogni: erano pesi che non sapevo sopportare. Ho lasciato tutto per essere essenziale, leggera, perfetta.
E ora non ho volto ma peso di più. Come una corpo morto, mi trascino. Non trovo più nulla nel mio ordine maniacale, ho paura di spostare le cose, ho paura che possano non tornare al loro posto: il posto che non vorrebbero avere ma nel quale si incastravano loro malgrado. Come me.
Ho smesso di usare oggetti per paura di rovinarli, ho smesso di rovinare oggetti perché non ne ho più occasione. Ho smesso di vivere i giorni e ora non ho giorni da vivere.

Ho perso tutto. E non ho nemmeno mai giocato.

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Come un temporale.

Sferzate d’acqua sui vetri, la sicurezza di essere all’asciutto che vacilla, un attimo, come se tutto dovesse esplodere da un momento all’altro. Dal ventre della notte l’urlo del vento. Chiudo gli occhi e lo immagino addosso: la libertà che si fa strada, si fa rabbia, scava dentro, strappando la pelle.
Non voglio avere paura, voglio essere fuoco.
Voglio divorare e scaldare, voglio devastare come l’inferno. Essere fulmine e schianto, la tensione tragica che si scatena al suolo.
Sono silenziosa.
Cado. Una goccia alla volta, il mio stillicidio di morte. Raccoglimi tra i palmi mentre cado dal cielo. Volo precipitoso, impatto. Tienimi su di te, correndo tra la nebbia.
Pozzanghera, specchio di cielo mutevole, sotto le scarpe. Strade lucide, bagliori accecanti. Mi raccolgo ai tuoi piedi, sparirò, lasciandoti negli occhi stupore di gemma.
Amami come temi il vento, venerami e rifuggi. E la brezza sono baci, sono carezze che ti fanno morire. Lasciati morire su di me, siamo terra, ci sporchiamo il sangue, il cuore mentre moriamo dentro noi.
Vorrei strapparti l’anima, irrompere alla tua finestra.
Essere il tuo terrore, la tua noia.
Il tuo temporale.

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Aquarius

Ci sono mondi magici che mi hanno rifiutata, terre lontane alle quali non posso più approdare. C’è il mio cuore ridotto ad un puzzle di mille pezzi, cristallo in mille pezzi, schegge di rabbia e dolore, opachi di respiri e impronte di dita di chi per l’eternità cerca di guardare fuori il mondo che non c’è.
Sono un acquario nel quale nuotano pesci abissali fantasma; sono colma di lacrime e carezze, sono furia dormiente, la presenza al buio che ti fa esplodere il cuore, sbarrare gli occhi fino a sentire dolore: non puoi afferrarmi, non puoi tenermi con te, non puoi volermi, eppure io non desidero altro, che il respiro addosso e pelle su pelle e baci preziosi.
Sono un animale feroce, un mostro silenzioso, la dea crocifissa, la stella capovolta.
Sono di linfa e saliva, tormento e dolore, i miei desideri sono corpi celesti freddi. Tra il cielo e gli inferi ci sono scale che ho percorso, sola, strade che ho lastricato di terrore e morte cercando un segreto inconfessabile.

    Il cadavere sott’acqua, la tua Ofelia folle, mentre ti pianto addosso le mie orbite vuote.
    Corpo senza sangue, anni senza tempo. Per sempre immobile, per sempre altrove.
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Nel labirinto del Minotauro

Carne, ossa, colori, spine. Spinta creatrice, poi, solo il deserto; un desiderio frustrato, un colpo a vuoto in mezzo al silenzio.
Tu steso su un soffice inganno, una preda facile. Tu ed un “mangiami”, “bevimi”, “eccomi”.

Da quale pianeta vieni se non sanguini? Che cosa sei, tu, che mi togli pace, sonno, tu, che non riesco a catturare, a fermare, a tradurre. Sei l’ombra umida di una quercia, sontuoso spegnersi del sole, una nuvola che si strappa in cielo senza gemito, il fragore di ogni goccia sulla pelle mentre corro, la distanza che brucia nelle gambe, il cuore che spezza un battito e poi riprende, l’attesa di millenni delle rocce.

Dove sei? Io non riesco a fermarmi.
Di cosa sai? Che sapore hai, se non quello della luce fredda della luna?

Ho fame, una fame anoressica.
Con occhi rossi di furia e denti grandi.
Ho nervi consunti che si spezzano sotto i piedi ad ogni passo.

Giurami che mi aspetterai, ancora.
Ingannami.
Dimmi che mi vuoi ancora.
Convincimi.
Dimmi ancora cosa saremo.
Pervadimi.

Eterno.

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Cocoon

Scivolo tra le lenzuola tiepide, le stringo addosso, respiro a fondo. Le ginocchia premute sul petto, il viso sepolto in un cuscino non mio. Assorbo umanità, tepore organico, tracce di vita, ad occhi chiusi. Condensa sui vetri e odore di pelle e capelli e lacrime e sudore fragranti di sonno.
Una sagoma da ricalcare, attraverso le pieghe del tessuto, impronte di dita da intrecciare alle mie. Sono il corpo invisibile che reclama attenzioni, il fremito di nervi sensibili, deliquio sensoriale in piena deriva assenza.

Hai mai desiderato così ardentemente una carezza da sussultare per ogni contatto epidermico, da struggerti in un’attesa frenetica e nevralgica e piangere, piangere di frustrazione?

Hai mai desiderato di essere afferrato e avvolto, percorso, ogni centimetro come un viaggio doloroso, percepito in ogni sospiro e brivido, fino allo stremo?

Metamorfosi, di desideri e glorie, gemiti e lamenti, racchiusi. In bozzolo.
Nutrito di sangue, spiegarsi come petalo, un fiore di carne e spine, di morsi e fame, di volo ed inferi.

Rinascere.

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