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La ragazza di platino

La ragazza di platino è quella che aspetta sempre che tu ti accorga di lei. Quella ingenua, di quella ingenuità che forse ti fa sorridere e forse ti fa un po’ pena. Quella che va via mille volte e mille e una ritorna. Quella che ti scrive improvvisamente qualcosa che ti faccia sorridere, o piangere, o turbare, solo per regalarti un’emozione.  Quella che è andata in mille pezzi e ognuno di quei pezzi palpita, pulsa, si strugge, si perde, si danna, si incanta. Quante emozioni inutili quando in fondo basterebbe un po’ di pace. Ma forse non esiste pace, come non esiste amore, come non esiste felicità. Sono una ragazza di platino anche se ormai sono una donna. Sono una donna anche se non so cosa sia una donna, non ho il corpo di una donna, il cuore di una donna, il suo aspetto. Sono una bambina vecchia od una vecchia giovane. Non ho paura di niente e tutto mi atterrisce. Vorrei fossi mio e non averti mai conosciuto. Vorrei capirci qualcosa in questo continuo tentativo di capire qualcosa.

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Sereno a pezzi

Lei lo guardava di sbieco, metà del viso coperta dai capelli, con quell’onda da diva anni ’50. Stava seduta in punta di sedia, come fosse sempre pronta a scattare in piedi e andare via, ondeggiando i fianchi sui trampoli a rocchetto, o come se si trovasse sempre sul ciglio di un’occasione, indecisa se gettarsi o allontanarsene. Lo snobismo di un locale fumoso di jazz, lo sguardo altero sostenuto dal rimmel.

Lei aveva tagliato i capelli da sola, senza nemmeno uno specchio; aveva afferrato le forbici, sporche di colla del nastro adesivo da pacchi tagliato per chiudere tutti gli scatoloni che la circondavano e, con fatica e poca precisione, aveva fermamente reciso ogni ciocca. Non le importava di non essere bella, di cosa la gente avrebbe pensato, di non essere al meglio: che cazzo, aveva cercato di comprendere quella logica da giungla, aveva cercato di stare al passo, di stirare la divisa, di non mangiare le unghie, di essere sempre sul pezzo; eppure aveva l’impressione che quel pezzo, comunque, fosse un ridicolo pezzo, un osso di plastica contro cui accanirsi, a cui mostrare i denti, mentre il resto, tutto il resto, convertitosi in vuoto, le si era annidato dentro e le stava squarciando il petto.

In giro c’è solo gente felice. È quasi Natale e ci sono solo coppie felici; è questo a cui pensa, al fatto che anche lei era un pezzo di quelle coppie felici, anche lei si faceva strada tra le bancarelle cercando di stringere le sue dita che sfuggivano tra la folla. Ed ora non rimane più niente, anche le luci le si spengono negli occhi e l’odore di zucchero delle ciambelle e le sere pungenti e quei pezzi di cielo limpido.

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Il vizio della falena

Ho il vizio della falena, i suoi occhi ingenui e schiocchi; vorrei essere farfalla ma non conosco leggerezza. Volo di notte, corpo mostruoso, senza testimoni sono un battito d’ali. Per me ogni luce è incanto, rapimento, resa. Per me ogni luce è palco e di quel palco voglio essere regina.

Protagonista tragica dell’ultima danza. Frenetica. Il battito di un’ala, il pulsare nel tuo cuore, al centro di ogni incandescenza, il nulla.
Posso avvolgermi di infinito, posso sfuggire all’occhio, posso lasciarmi cadere. Voglio incantarti, di meraviglia o orrore. Voglio sentire il tuo sguardo cercarmi, nell’oscurità. Voglio immaginare stupore e respiro teso. Battiti allineati: saresti musica per me. La tensione in ascesa fino al tragico epilogo.

Perché lo spettacolo, in realtà, deve finire. E lasciare il ricordo negli occhi e nel cuore. Strappare un applauso e poi il buio. Bruciare è annichilirsi di tormento. Il tormento che è il suono della mia anima.

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Anima tenebra

Schiacciata da un grido feroce, un giorno svuotato, un corpo cavo, un gesto inutile.
Condensa sui vetri, respiri intrappolati e calore umano in fuga, l’aria densa di sogni rarefatti. Non basta più una sola alba, specie se il sole non sorge mai.
La neve è ovunque, ghiaccio sparso che strappa brividi dalla pelle; i rami sibilano sferzati dal vento; i miei pensieri sparpagliati e confusi; una macchia di caffè su un foglio di appunti, la penna a mezz’aria, l’inchiostro sull’anulare, nero liquido che intride e marchia.
Sono Cathy: capricci e passione disciolti nella bruma, sono aspra e drammatica, solitaria come la nostalgia, abbandonata su piani inintelligibili, pensiero contorto e volontà piegata al timore, un osso corroso, lingua asciutta e muta.
Sono Cathy morta, sepolta tra le radici di un albero, occhi sbarrati e vuoti, pallore e lividi, non sulla pelle ma sul cuore.
Sono tempesta lontana, la sua eco tra le valli, il sentore di imminente perdita e collasso. Collezionista di fotografie ormai stinte, madre di aborti, gelosa di cornici bianche su rettangoli di grigio confuso nei quali vedo tutto ciò che poteva essere e non è mai nato.

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Occhi rossi come la fame

Apro gli occhi, scivolo fuori dalle coperte; un brivido mi attraversa, mentre cerco di indossare il maglione. Luce abbagliante invade il soggiorno, luce bianca, fredda come riflessi sul metallo, occhi sbarrati sulla tormenta che imperversa fuori.

In cucina. Gocce di condensa lungo gli infissi, si raccolgono in piccole pozze sul ripiano; odore di frutta matura e gallette proviene dalla dispensa. Tutto il resto è come è stato lasciato da me.

Catene di gesti sclerotizzati: la moka da smembrare, i suoi pezzi da sciacquare, quell’acqua così fredda da far appannare il rubinetto e farmi stringere i denti; frigo, luce accesa, secondo ripiano, latta, caffè. Un cucchiaino, due, il terzo lentamente, per costringere ogni granello nel filtro.

Poi. Un suono. Occhi chiusi, rapiti.

È lo scintillio abbagliante dei sassi sulla riva, è il loro cantare con le onde sull’arenile. Tu che mi prendi per mano, un gesto sicuro, io che mi faccio sostenere ridendo. Le nostre voci che si confondono con le onde, i nostri occhi e denti che scintillano come i ciottoli. Siamo onde che si lasciano andare sulla spiaggia, siamo sicuri nella brezza, siamo incerti e incespicanti, naturali e perfetti. I gabbiani…

Sono certa fossero gabbiani.

Ma non ci sono gabbiani. Né onde o abbracci. Né grida di gioia e stupore. Né risa. Né sale.

Sono 5 minuti in ritardo. Sono le 7 e ancora il caffè non è in tavola. Apri gli occhi, stupida, ricaccia le lacrime. È solo un giorno come un altro. Un altro giorno da eseguire.

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4.40

Ovunque tu sia ti tengo sottopelle; sarò fortezza e piuma, la corrente che tutto trascina, elettricità latente. Ovunque tu sarai so dove trovarti, in un racconto senza fine: tu, la volontà che si afferma, obiettivi da realizzare; io, anima soffusa, paura e magia. Giorni di voci smarrite che non sanno più raccontarsi eppure si intrecciano, si fondono, in un unico, veloce pulsare.

Di tutti i tramonti sarò sempre il più tragico;

Di tutte le albe sei la promessa.

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.Bevimi.

Fingo di non vedere la luce cambiare il disegno delle ombre. Da qualche parte, in ogni casa, un orologio scandisce pesantemente i secondi nel silenzio profondo. Un fragore feroce mi ottunde i timpani mentre decido di chiudere gli occhi e guardare altrove. Da qualche parte, in ogni casa, quei secondi cadenzati sembrano rallentati dal rincorrersi dei miei battiti. Stringo gli occhi mentre lo stomaco si riempie di un vuoto pneumatico e le forze abbandonano le gambe, giù, fino al tremolio delle ginocchia, più giù, fino ai piedi che vorrebbero sollevarsi. Guardo altrove ma ad occhi chiusi, mi nascondo allo sguardo.

Sono persa, persa, perduta. Sono dannata e mortale: intreccio schizoide di umanità e pudore, ostinata incertezza. Come strada da percorrere, abbandonata, mi sottraggo, faccio ritorno, mi pento, cedo, corsa cieca e languida e poi di nuovo arresto. Ci sono milioni di fili invisibili stretti attorno, tessuti di sogni vissuti a metà, intrecci di dita e sospiri, di occhi e rinunce.

Il desiderio cieco che sui fili danza, vorrebbe rincorrere una luce che non vede ma sente esistere, e nel farlo di tormento arde e anela e poi rischia ancora e ancora di morire per il troppo bisogno di vivere.

Nevicano attese, ogni fiocco piange sé stesso, consistenza di cristallo che si spezzerà sul selciato. E invece atterrare è un abbraccio e dalla gioia arrossisce e si scioglie, perché nel raggiungere casa ha terminato la corsa. Forse sospira e trema prima di lasciarsi andare. Sospira e trema. E chiude gli occhi per non vedersi riflesso nel destino di un altro, nella fragilità di un altro, nell’errore che sarà il diventare acqua e non più cristallo. E bagnare le labbra di chi lo berrà.

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Ancora un po’ con me

Indugiano le dita sulle coste dei libri esposti, promesse di ore da non trascorrere soli, indugiano sulle costole, tra custodi di emozioni intense e fragilità umana. Dita che strappano un attimo, un sospiro, un respiro trattenuto, un brivido. Dita che stringono braci, che bruciano, che rimangono come tracce tra le dita. Rimanere come traccia sulle dita. Guardami. Cosa vedi? Stringimi, tienimi con te, una settimana, un giorno. E sono ancora via. Un ricordo in fondo ad un bicchiere, una pagina strappata, il calore di un caffè. Sono le braccia sporche di pasta frolla, il fuoco che scoppia alle mie spalle, un bacio soffiato piano tra le scapole e il collo, ricordo di tenerezza lontana; sono Bambi e Tamburino stampati sul petto da stringermi addosso. Sono un ricordo che non vuole morire, come le braci rosse sotto la cenere. Sono la brace. Sono la cenere. Sono quello che rimane quando tutto è ormai perduto. E’ malinconia grave quella incollata alla tua vita, da lavare via sotto il getto della doccia, profumo di vaniglia e cocco, un’estate mai trascorsa che si stupisce di un nuovo inverno. Sono la pelle esposta al sole, macchia da esporre, ossa esposte alla pelle e poi sotto, ancora più sotto, tra i vestiti e le ombre, sguardo perduto di una resa senza gloria.

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“Take care. Maybe one day you’ll escape your past. If you do, look for me.”

Chow Mo Wan, 2046

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Se

Penso al mio cuore che ride di me.
Immersa nella vasca, affioro per respirare; intorno solo lo scoppiettio delle bolle, piccole anime fragili e schioccanti, poi il caldo, soffocante, che lentamente abbandona le gambe sollevate per poi immergersi nuovamente. Sento i miei capelli spandersi attorno alle orecchie e muoversi ondeggiando, come alghe. Sono immobile, assordata. E’ il mio cuore che marcia solenne, è il rumore di un treno, lo sbuffare sulle rotaie. E’ il mio cuore che ride, ride di me perché ho sempre pensato che il suo fosse un pulsare sul posto.
Sono immobile e ti penso. Ti penso così intensamente, ad occhi chiusi, tra il rumore dell’acqua che scimmiotta onde lontane, che mi senti ed arrivi da me. Ti penso così intensamente che sento il respiro mancare, eppure mi ripeto : “No, non temere, è solo la pressione che scende” e che mi incolla ancora più saldamente al fondo della vasca. Eppure ti penso così intensamente che quasi dimentico di essere sola. Distratta e metodica, dannata ed erotica. Ed il mio cuore che ride, ride di me, che quasi lo posso sentire.

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