Tag Archives: dark side

For (n)ever

È quella pace che manca, quella di quando tutto si arresta, quella pace che non ho mai conosciuto nemmeno nei miei anni più verdi. È un’ostinazione strana, quella di chi ama senza pace, quella di chi sente uno scatto nel cervello, la voce che dice “ora” e quell’ora non si plasma, non si lascia toccare. Anche se ora odora di impossibile, anche se quel desiderio è inarrivabile. Si ama di ora e per sempre, ci si taglia di ora e per sempre, ci si seziona l’animo in guerra e resta ‘ora’ e resta ‘per sempre’, anche se quel sempre sembrerebbe mai. Eppure mai e per sempre sono così vicini, sono così simili, come il dolore e il piacere. Perché c’è quella zona del cuore in cui è sempre buio ed è in quella zona che nascono i mai e i per sempre, le decisioni irrazionali e gli amori tragici, le domande senza risposta e i sogni più neri. In quella zona dove tutto è possibile ma ancora di più è inafferrabile.

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Cocoon

Scivolo tra le lenzuola tiepide, le stringo addosso, respiro a fondo. Le ginocchia premute sul petto, il viso sepolto in un cuscino non mio. Assorbo umanità, tepore organico, tracce di vita, ad occhi chiusi. Condensa sui vetri e odore di pelle e capelli e lacrime e sudore fragranti di sonno.
Una sagoma da ricalcare, attraverso le pieghe del tessuto, impronte di dita da intrecciare alle mie. Sono il corpo invisibile che reclama attenzioni, il fremito di nervi sensibili, deliquio sensoriale in piena deriva assenza.

Hai mai desiderato così ardentemente una carezza da sussultare per ogni contatto epidermico, da struggerti in un’attesa frenetica e nevralgica e piangere, piangere di frustrazione?

Hai mai desiderato di essere afferrato e avvolto, percorso, ogni centimetro come un viaggio doloroso, percepito in ogni sospiro e brivido, fino allo stremo?

Metamorfosi, di desideri e glorie, gemiti e lamenti, racchiusi. In bozzolo.
Nutrito di sangue, spiegarsi come petalo, un fiore di carne e spine, di morsi e fame, di volo ed inferi.

Rinascere.

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I bohémien sfiorivano come le rose e vivevano come le farfalle

Non mi dire che mi vuoi bene, che mi ami; non aspettarmi se sparisco, non credere mai che possa tornare. Chiusa questa porta potrei rimanere in un corridoio buio, a scivolare lungo i muri come le lucertole, cieca, a graffiarmi le mani, cercando una via di fuga.
Non mi dire che mi vuoi bene, che mi ami, perché non posso supportarlo. Ti ho chiesto di ignorarmi, ti chiedo ancora di farlo: sono certa sia semplice dimenticarsi di me, io che nulla faccio per essere ricordata, per essere diversa, per essere speciale. Sono una fra le tante, un volto, un’ombra, nulla più; una voce solitaria, un suono poco familiare, parole mangiate, sì, mangiate, divorate e sputate. Compaio di rado, mi assento a lungo, vivo in parallelo tra i miei pensieri, sempre più grandi, sempre più spietati dei tuoi.
Sono lontana, di miglia e infinità, sono lontana anche se senti il mio respiro addosso; sono trappola in me, sono ancora ad un pianeta inaccessibile, del quale immagini luci e colori ad animare ciò che invece è freddo e grigio. Sono l’acciaio freddo di un impianto robotico: inserisci le coordinate e ci sarò, inserisci la missione e la porterò a compimento; ma non chiedermi cosa affolli la mia mente quando vedo scorrere la vita degli altri attraverso lenti scure, che sapore abbia il riflesso di una vita in una goccia d’acqua: potrei deluderti (voglio farlo), potrei shoccarti (non chiedo altro); un imbarazzato silenzio in mezzo al frastuono, la voce stonata nel coro degli angeli.

Non temere: domani sarò un angelo anch’io, cibernetico e solo, in una terra di mezzo alla quale nessuno ha mai voluto dare un nome.

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Il vizio della falena

Ho il vizio della falena, i suoi occhi ingenui e schiocchi; vorrei essere farfalla ma non conosco leggerezza. Volo di notte, corpo mostruoso, senza testimoni sono un battito d’ali. Per me ogni luce è incanto, rapimento, resa. Per me ogni luce è palco e di quel palco voglio essere regina.

Protagonista tragica dell’ultima danza. Frenetica. Il battito di un’ala, il pulsare nel tuo cuore, al centro di ogni incandescenza, il nulla.
Posso avvolgermi di infinito, posso sfuggire all’occhio, posso lasciarmi cadere. Voglio incantarti, di meraviglia o orrore. Voglio sentire il tuo sguardo cercarmi, nell’oscurità. Voglio immaginare stupore e respiro teso. Battiti allineati: saresti musica per me. La tensione in ascesa fino al tragico epilogo.

Perché lo spettacolo, in realtà, deve finire. E lasciare il ricordo negli occhi e nel cuore. Strappare un applauso e poi il buio. Bruciare è annichilirsi di tormento. Il tormento che è il suono della mia anima.

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Anima tenebra

Schiacciata da un grido feroce, un giorno svuotato, un corpo cavo, un gesto inutile.
Condensa sui vetri, respiri intrappolati e calore umano in fuga, l’aria densa di sogni rarefatti. Non basta più una sola alba, specie se il sole non sorge mai.
La neve è ovunque, ghiaccio sparso che strappa brividi dalla pelle; i rami sibilano sferzati dal vento; i miei pensieri sparpagliati e confusi; una macchia di caffè su un foglio di appunti, la penna a mezz’aria, l’inchiostro sull’anulare, nero liquido che intride e marchia.
Sono Cathy: capricci e passione disciolti nella bruma, sono aspra e drammatica, solitaria come la nostalgia, abbandonata su piani inintelligibili, pensiero contorto e volontà piegata al timore, un osso corroso, lingua asciutta e muta.
Sono Cathy morta, sepolta tra le radici di un albero, occhi sbarrati e vuoti, pallore e lividi, non sulla pelle ma sul cuore.
Sono tempesta lontana, la sua eco tra le valli, il sentore di imminente perdita e collasso. Collezionista di fotografie ormai stinte, madre di aborti, gelosa di cornici bianche su rettangoli di grigio confuso nei quali vedo tutto ciò che poteva essere e non è mai nato.

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Sickness

Un riflesso nello specchio, simile a qualcosa di conosciuto ma più tragico: il costato che affiora, prepotente rispetto al seno, lo sterno ossuto, quasi come se ad avvolgere il mio torace ci fosse una ragnatela di ossa; un triangolo capovolto che lo specchio del bagno racchiude tutto, fino alla sporgenza delle anche. Fino a qualche tempo fa avrei goduto di tutto questo. Un insieme di patetico e di fame, di malato ed essenziale. Invece ora mi sento solo un rottame di ossa e pelle, senza forza né dimensione né vita. Il fantasma di me stessa non sorride. Bruciano gli occhi e la testa, forse per le lacrime forse per la febbre. Acqua, ancora acqua, tanto per cominciare. E’ come tentare di spegnere un incendio un bicchiere alla volta. Brucia la gola e poi le vertebre, giù giù fino in fondo alla schiena. Ho bisogno di aggiungere cuscini per sedermi, avrei bisogno di un riduttore per il water. Sono come un groviglio di spine, non trovo riposo al dolore che grida ogni angolo di corpo sul quale poggio. Acqua, altra acqua. Ho una sete implacabile e un costante senso di nausea, ho fame ma non sopporto cibo, ho fame e tanta voglia di vomitare.

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.Bevimi.

Fingo di non vedere la luce cambiare il disegno delle ombre. Da qualche parte, in ogni casa, un orologio scandisce pesantemente i secondi nel silenzio profondo. Un fragore feroce mi ottunde i timpani mentre decido di chiudere gli occhi e guardare altrove. Da qualche parte, in ogni casa, quei secondi cadenzati sembrano rallentati dal rincorrersi dei miei battiti. Stringo gli occhi mentre lo stomaco si riempie di un vuoto pneumatico e le forze abbandonano le gambe, giù, fino al tremolio delle ginocchia, più giù, fino ai piedi che vorrebbero sollevarsi. Guardo altrove ma ad occhi chiusi, mi nascondo allo sguardo.

Sono persa, persa, perduta. Sono dannata e mortale: intreccio schizoide di umanità e pudore, ostinata incertezza. Come strada da percorrere, abbandonata, mi sottraggo, faccio ritorno, mi pento, cedo, corsa cieca e languida e poi di nuovo arresto. Ci sono milioni di fili invisibili stretti attorno, tessuti di sogni vissuti a metà, intrecci di dita e sospiri, di occhi e rinunce.

Il desiderio cieco che sui fili danza, vorrebbe rincorrere una luce che non vede ma sente esistere, e nel farlo di tormento arde e anela e poi rischia ancora e ancora di morire per il troppo bisogno di vivere.

Nevicano attese, ogni fiocco piange sé stesso, consistenza di cristallo che si spezzerà sul selciato. E invece atterrare è un abbraccio e dalla gioia arrossisce e si scioglie, perché nel raggiungere casa ha terminato la corsa. Forse sospira e trema prima di lasciarsi andare. Sospira e trema. E chiude gli occhi per non vedersi riflesso nel destino di un altro, nella fragilità di un altro, nell’errore che sarà il diventare acqua e non più cristallo. E bagnare le labbra di chi lo berrà.

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Still life

Apro gli occhi sul panico, si apre nel petto una voragine, finanche si separano le costole, come  sotto la spinta di un divaricatore. Apro gli occhi e smetto di respirare per…uno…due…tre…infiniti secondi. Buio. Buio pesante. Occhi gonfi. Corpo indolenzito. Il frastuono di una goccia che cade nel lavandino. BUM. Il frastuono del silenzio che inghiotte la vita fuori. E’ crimine, è ruggine, è vuoto cosmico che tutto ingloba. Sono Atlante con i nervi spezzati. Com’è cominciato tutto questo? Non lo so, quasi non lo ricordo. Ricordo la fretta, necessità impellenti da soddisfare, il progetto di un sacrificio che prima o poi sarebbe stato ripagato. Con la disperazione. Sono implosione di cose mai dette, di sogni infranti, di debiti mai pagati. Sono carne vivisezionata, sono cadavere all’obitorio con gli occhi sbarrati, increduli. Sono sangue che spilla dai graffi, sono intrico di segni rossi come codici segreti. Raccoglili tutti e deciframi. Sono davvero solo un passato interrotto? Sono piacere mai esacerbato, sangue che marcisce e secca, brividi intensi ma di freddo e paura, denti di ansia che ogni pensiero divora.

Noia dipinta su un vetro. 24 ore per finire. 24 ore per ricominciare. 24 ore e nulla è cambiato, tranne il volto allo specchio. 24 ore per ogni intero minuto, che non si può accorciare, tagliare, rifiutare. Come ogni minuto inesorabilmente con l’ossessione si paga. Rette simmetriche, conta tre volte, allenta il respiro fino a mancare; sguardo basso, non mi cercare, impilo costante, allineamento feroce. Ore palindrome, chiudere gli occhi, inspira, esala, inspira, dispera, inspira, scatena, incatena, espira. Domani è un altro giorno, domani sarà uguale. Spegni la luce, spegni la voce, spegni il domani, spegni la fiamma, spegni il buio. Lasciami andare. Lasciami andare.

Lasciami.

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Se

Penso al mio cuore che ride di me.
Immersa nella vasca, affioro per respirare; intorno solo lo scoppiettio delle bolle, piccole anime fragili e schioccanti, poi il caldo, soffocante, che lentamente abbandona le gambe sollevate per poi immergersi nuovamente. Sento i miei capelli spandersi attorno alle orecchie e muoversi ondeggiando, come alghe. Sono immobile, assordata. E’ il mio cuore che marcia solenne, è il rumore di un treno, lo sbuffare sulle rotaie. E’ il mio cuore che ride, ride di me perché ho sempre pensato che il suo fosse un pulsare sul posto.
Sono immobile e ti penso. Ti penso così intensamente, ad occhi chiusi, tra il rumore dell’acqua che scimmiotta onde lontane, che mi senti ed arrivi da me. Ti penso così intensamente che sento il respiro mancare, eppure mi ripeto : “No, non temere, è solo la pressione che scende” e che mi incolla ancora più saldamente al fondo della vasca. Eppure ti penso così intensamente che quasi dimentico di essere sola. Distratta e metodica, dannata ed erotica. Ed il mio cuore che ride, ride di me, che quasi lo posso sentire.

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Isolated System

Da tempo ormai ho smesso di cercare ispirazione, di preparare, di dare una forma appropriata ai pensieri. Ho semplicemente smesso di credere ad una cosa in più e inaspettatamente nella mia vita non è cambiato niente, non ne sento la mancanza, non sento un vuoto diverso, ad accezione del deserto in espansione che mi abita. Continuano a scomparire pezzi, ma basta alzare il volume della musica e non ascoltare il silenzio di quello che non c’è più. Cancello ricordi, voci, parole, promesse, preghiere. C’è solo un’eco muta scavata nelle vene cave, rimbombo nell’esoscheletro di ciò che ero; la macchina dei miei sogni in arresto, una implosione di stelle, un grido nello spazio, continua emorragia sentimentale, dispersione che mi abbandona, come pioggia che si distacca dall’asfalto per tornare in cielo. Vivo una vita non mia, un posto che non mi appartiene, fingo malamente interesse per persone che potrebbe essere cancellate dalla terra domani, inclusa me stessa, senza nemmeno strapparmi un sospiro. Non mi manca niente. Mi manca ogni cosa. Cancello, elimino, distruggo, sopprimo tutto ciò che non ho. Continuo a ripetermi che non può mancarmi quello che non conosco. Non mi può mancare la vita che non posso avere. Maledico il sole che non vedo più, provo a convincermi che non esista più nulla, non ci sia nulla oltre questa coltre grigia, non sorga da qualche parte, nel mondo, non spiri il vento dal mare spingendomi a correre, non esistano strade abbaglianti di luce, non esistano abbracci capaci di farmi sentire a casa. Mi corico ogni sera in un letto di spine chiedendo alle tenebre di lasciarmi tregua: si affollano nella mente nomi e volti di una vita passata; mi alzo, al buio, e attendo inesorabile che trascorrano quei quindici minuti che li relegheranno di nuovo nell’oblio dei ricordi, senza voltarmi. Sono Proserpina confinata nell’Ade.
Era un’altra vita. Era vita. Una volta. Ora non più.
Sapevo scrivere una volta. Ora restano solo vuote parole.

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