Category Archives: Monsters

Deprecabili resti

Scrivo meno. Anzi, non scrivo affatto. Forse è così che finiscono tante cose: gli amori, le storie, le passioni; forse è così che va la vita, ogni giorno dimenticando un pezzo in più fino a non ricordarsi come stesse insieme tutto. Ho smesso di scrivere senza un motivo, semplicemente perché è diventato più facile non farlo, come non mi sono più svegliata all’alba per veder nascere il sole, come non ho più fatto una nuotata fino alla seconda boa, non ho più ballato. Dico di non avere più occasione di farlo ma non la cerco nemmeno, perché tante cose non sono andate nel verso giusto, ho incontrato le persone sbagliate, ho fallito alcuni obiettivi, ho perso la magia. Quando ti ripetono che le avversità non contano, che l’importante è andare avanti, non ti dicono mai a quale prezzo lo farai. Io ho deciso di dimenticare: nomi, fatti, persone; se ne sono andate nel momento stesso in cui le ho cancellate; non sono mai esistite davvero, non hanno contato niente, non provo più niente, non hanno lasciato traccia. Esistevano solo in me, ero io a dargli un senso, io a non lasciarli andare, io che li infilavo con ago e filo come fossero perle di una collana. Ma non erano perle e nemmeno plastica: solo scarti, avanzi di un pasto nemmeno poi così soddisfacente.

Aloha

Ho sempre pensato di non valere niente, non avere nulla da offrire: non ho mai avuto un lavoro stabile, non ho mai guadagnato nemmeno 1000 euro al mese, non ho una casa, non ho una macchina, non posto su facebook le foto delle mie vacanze, non ho mille amici, anzi, in verità ne ho davvero pochi, non strombazzo ai quattro venti quelle due cose in croce che sono riuscita a fare nella mia vita. Schiacciata costantemente da un confronto che non mi sentivo in grado di reggere; non mi sento splendida, non assillo i social con foto provocanti vedo non vedo, eppure ho un seno anche io, incredibile, vero? e ho anche un discreto fondoschiena, per dovere di cronaca; non sono mai andata in palestra, non so niente di gag, zumba e cazzate varie, ma ho sempre lavorato sodo, non mi sono mai fermata al primo dolore, non ho mai contato passi ma chilometri, non ho mai calcolato le calorie ma solo se riuscivo a stare in piedi. Giusto o sbagliato che sia non mi importa, chi mi conosce sa che l’unico metro con cui misuro il mondo è il mio “posso farcela? Sì/No” che in genere diventa un “Devo farcela” e basta, senza tante storie. Sono testarda, cocciuta, intransigente. “Mi piaci? Sì/No”, non faccio calcoli, non sto a perdere tempo, non uso gli altri, inutile farsi illusioni, tanto o non riesco a staccarmi da te o non ti toccherei nemmeno con un bastone. Ho sentito raccontarmi milioni di cazzate: ho una Spider, ho una barca, uno è riuscito a raccontarmi perfino di avere un elicottero personale che atterrava sul tetto di casa sua. Nella maggior parte dei casi non ho nemmeno risposto se non con un sorrisetto tagliente mentre mi allontanavo. Snobismo? Può essere. Ma se non ti accorgi di quanto tu ti renda ridicolo mentre mi fai la conta delle cose che ti sei comprato sono fatti tuoi.

Lascio voi marchettari, con le macchine e le moto lucidate nei garage, alle estetiste con le unghie da velociraptor e i cervelli persi nei fumi delle decolorazioni.

Aloha.

La ragazza di platino

La ragazza di platino è quella che aspetta sempre che tu ti accorga di lei. Quella ingenua, di quella ingenuità che forse ti fa sorridere e forse ti fa un po’ pena. Quella che va via mille volte e mille e una ritorna. Quella che ti scrive improvvisamente qualcosa che ti faccia sorridere, o piangere, o turbare, solo per regalarti un’emozione.  Quella che è andata in mille pezzi e ognuno di quei pezzi palpita, pulsa, si strugge, si perde, si danna, si incanta. Quante emozioni inutili quando in fondo basterebbe un po’ di pace. Ma forse non esiste pace, come non esiste amore, come non esiste felicità. Sono una ragazza di platino anche se ormai sono una donna. Sono una donna anche se non so cosa sia una donna, non ho il corpo di una donna, il cuore di una donna, il suo aspetto. Sono una bambina vecchia od una vecchia giovane. Non ho paura di niente e tutto mi atterrisce. Vorrei fossi mio e non averti mai conosciuto. Vorrei capirci qualcosa in questo continuo tentativo di capire qualcosa.

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la Corsa ad ostacoli

Nella vita ho imparato ad abbandonare, a lasciare andare, a tagliare vizi, bisogni, coccole, ho imparato a stringere i denti, a non perdere le speranze, a non perdere il controllo. Ho imparato o almeno ho fatto tutto ciò che ho potuto per rialzarmi, lottare, sperare. Ma la realtà è che qualcosa di me ho perso lungo la strada, a furia di ridurmi all’osso non mi ricordo più cosa mi piaccia, cosa mi renda felice. Mi rifugio nel lavoro per sentirmi utile e non pensare eppure mi chiedo in continuazione :”per cosa vivevo prima di iniziare a sopravvivere? Cosa mi faceva arrabbiare? Cosa mi mandava in deliquio?”. Non lo ricordo, non me lo ricordo più e sempre più spesso mi rendo conto che cercare di superare la vita è rimasta l’unica ragione di vita.

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Vuoto truccato

La voragine avanza e tu stai lì, aggrappato a scampoli di speranze, come se dal nulla potesse materializzarsi la chiave di tutto. Gratti, imprechi, ti danni, ma non cambia nulla; ti rannicchi, cerchi di sparire ma non puoi; speri si fermi, si concluda, speri che come gli esseri viventi prima o puoi muoia; Invece, più la tua paura si ingigantisce più lei avanza, ingloba, consuma. Ed infine la voragine ti prende ma non sprofondi giù come ti aspettavi: diventi voragine, ti mangia a poco a poco, ti mastica e ti resta l’implacabile destino di guardare e sentire, sanguinare respirando. La voragine e l’abisso hanno la tua faccia, le tue vene, la tua pelle; hanno il tuo odore e i tuoi occhi. Nessuno le vede attraverso te, nessuno capisce che ciò che dici è solo l’eco in risposta a ciò che senti, quello che cerchi di afferrare rotola giù nei tuoi fondali e senti solo il tonfo sordo di quando arriva giù. E piano piano rotoli giù anche tu, un pezzo alla volta, un respiro alla volta, un sogno alla volta, un ricordo. Diventi oggetto che prima o poi precipiterà nel fondo di altri simili abissi.

Siamo nulla che avanza, susseguirsi di invenzioni, creiamo illusioni, le vestiamo, imbellettiamo, le spingiamo avanti, diciamo “io sono questo, amatemi”, con la presunzione e l’arroganza che le nostre bugie valgano più delle altre. Se il demonio esistesse non avrebbe saputo inventare nulla di più pretestuoso di noi, che siamo capaci di ogni volgarità e affronto, di ogni inganno e di ogni tradimento. Ma li vestiamo di virtù immaginarie e ci affanniamo a trovarci un senso: siamo vuoto truccato, bestie crudeli, menzogne senza pudore, senza ali, senza regni. Stringiamo nei pugni i pugni che diamo, schiudiamo le dita macchiate del sangue di altri e diciamo “lotto per il mio niente, che sicuramente vale più del tuo”. E ci sentiamo eroi delle favole che ci raccontiamo per placare gli scrupoli, la vertigine dell’abisso che, sirena, ci richiama ad ogni istante.

Sereno a pezzi

Lei lo guardava di sbieco, metà del viso coperta dai capelli, con quell’onda da diva anni ’50. Stava seduta in punta di sedia, come fosse sempre pronta a scattare in piedi e andare via, ondeggiando i fianchi sui trampoli a rocchetto, o come se si trovasse sempre sul ciglio di un’occasione, indecisa se gettarsi o allontanarsene. Lo snobismo di un locale fumoso di jazz, lo sguardo altero sostenuto dal rimmel.

Lei aveva tagliato i capelli da sola, senza nemmeno uno specchio; aveva afferrato le forbici, sporche di colla del nastro adesivo da pacchi tagliato per chiudere tutti gli scatoloni che la circondavano e, con fatica e poca precisione, aveva fermamente reciso ogni ciocca. Non le importava di non essere bella, di cosa la gente avrebbe pensato, di non essere al meglio: che cazzo, aveva cercato di comprendere quella logica da giungla, aveva cercato di stare al passo, di stirare la divisa, di non mangiare le unghie, di essere sempre sul pezzo; eppure aveva l’impressione che quel pezzo, comunque, fosse un ridicolo pezzo, un osso di plastica contro cui accanirsi, a cui mostrare i denti, mentre il resto, tutto il resto, convertitosi in vuoto, le si era annidato dentro e le stava squarciando il petto.

In giro c’è solo gente felice. È quasi Natale e ci sono solo coppie felici; è questo a cui pensa, al fatto che anche lei era un pezzo di quelle coppie felici, anche lei si faceva strada tra le bancarelle cercando di stringere le sue dita che sfuggivano tra la folla. Ed ora non rimane più niente, anche le luci le si spengono negli occhi e l’odore di zucchero delle ciambelle e le sere pungenti e quei pezzi di cielo limpido.

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Chi è Keyser Söze?

È solo un ruolo come un altro da interpretare. Un trucco da indossare, un gioco. È sopravvivenza. Sono qui ma non ci sono. Sono strega tacchi alti, sono Alice, sono Mangiami e Bevimi. Fumo adesso, perché io non fumo. Spegnerò la sigaretta e calerà il sipario. Tu ora sei con me ma io non ti penso. Sei un’illusione della mia mente, ti parlo come fossi un inganno. Partirai e nemmeno lo ricorderò. Questo momento lo abbiamo vissuto mille volte e mai. È solo sangue che scorre contromano che ci uccide nello stesso modo in cui ci libera. Lo ricordi Keyser Söze? Io ho imparato a fingere di saper correre sui vetri e le funi, ma in realtà non so nemmeno camminare.

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Oltre

La verità è che di andarmene non mi dispiace neanche un po’, sapete? Niente, nulla. Non lascio niente, non ho niente, non ho costruito niente perché quello che pensavo di aver costruito è crollato in un istante. Non c’è più niente di niente. Passa anche la nostalgia. Passa anche quella sensazione di incompiuto. Passa tutto. Passa oltre. Ti senti quasi sereno quando ti rendi conto che è la cosa giusta. E rimpiango tutto, tutto il passato, tutti gli errori, i calci che non ho imparato a dare, tutto. Pensavo che soffrire in silenzio fosse la chiave e non lo è. Quindi tu, essere umano che leggi, esci e fai del male, colpisci, aggredisci, usa, sfrutta, non soffrire mai, non piangere mai, non fare come me, se ho capito una cosa è di aver sbagliato tutto. Non esistono buone cause, non esistono pene che valgano il dolore, non esiste nulla che non sia tu. Vai e colpisci duro senza paura.

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Era eroina

Sapete? Non so perché sono qui. È un gran problema. Non so perché, perché mi abbiano messo al mondo e poi debba trovarmi un senso io. Non funzionano così le cose: si agisce in base ad un obiettivo, un progetto definito, un bilancio, un’economia. Invece sono qui e non c’è motivo. Sono qui e non so che fare. Non riesco a fingere a lungo di essere gli altri. Perché questo funziona per un periodo breve: io copio i loro gesti in mezzo alla gente, ma poi loro tornano a casa e io lì rimango sola a fissare il vuoto. Non credo funzioni così. Eppure nulla mi interessa, nulla mi emoziona, nulla mi trattiene. A volte sento spalancarsi un abisso nel cuore, una vertigine buia, resto senza fiato per svariati minuti e desidero sia finita. Invece poi passa. E rimango di nuovo io. Sola. Sola in un intero pianeta di cui non mi importa un cazzo. Assurdo, vero? Piango. Spesso piango. Scoppio in singhiozzi profondi senza un motivo apparente, finché non mi fanno male le costole, i polmoni, la gola, gli occhi. Poi purtroppo passa anche questo, passa e resto sola, con solo questo dolore cupo, sordo, nella testa, dolore che non fa compagnia, non consola, scava e basta, morde e basta. E tra un minuto piangerò di nuovo e scriverò tra le lacrime queste parole incomprensibili e non cambierà niente. È una malattia vivere? Io credo proprio di sì. Una malattia che uccide lentamente. Vorrei guarire ma non si può. Come è possibile che sia legale tutto questo? Com’è che ci si indigna per tante cose e non per costringere qualcuno a vivere? Perché non mi dite che basta suicidarsi e sei a posto. Non è vero. Se mai ci aveste provato in vita vostra sapreste che non è affatto facile; innanzitutto perché esiste questo assurdo senso comune di difesa dell’esistenza altrui indipendentemente dalla volontà dell’individuo. Non si può dire ” Cazzo, lasciatemi in pace”. No. Loro si accanirebbero a cercare di tenervi in vita in qualunque condizione. Così. Tutti eroi, sono. Eroi quelli che ti salvano se vuoi morire, eroi i medici che ti tengono in vita se manco sei capace di respirare autonomamente, eroi quelli che ti guardano scrollando la testa, eroi quelli che ti dicono di lottare e tu non capisci per cosa cazzo dovresti lottare se non vuoi, se non ti interessa nessuna guerra. Wow. Tutti eroi. Che cazzo ci sto a fare io in un mondo di eroi?

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Ancora un po’ di niente

Quante cose ho visto finire prima ancora che potessero cominciare. A quante di loro ho strappato le ali, quante ho torturato perché se ne andassero, quante cose mi hanno abbandonato, quante speranze perse. Vai via da me, ma fallo con rabbia. Non soffrire mai, non pensarmi mai. Vai via da me, dimentica ogni parola, non voglio sopravvivere in un ricordo, non voglio sperare. Vai via, cazzo, e fallo adesso che non ho più nulla da perdere o finisce male. Finirei col cercarti, finirei col volerti. Finirei coll’affezionarmi al suono che fai, ai miei disegni su di te, la bellezza che ti annuso addosso, la dolcezza che mordo. Non voglio nutrirmi, non voglio riempirmi. Io sono vuota. Io resto aria, acqua, mi nascondo nella luce, mi rinchiudo nelle ombre. Io mangio buio, respiro nebbia, perché mi fanno male e allora ne prendo ancora un altro po’.

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