De rerum natura hominis

Quattro generazioni di donne. Questa è la mia famiglia. Donne in guerra, in pace, che si scannano per niente, che si stringono come poche, che non si capiscono ma comprendono tutto, che non si sopportano ma si corrono in aiuto. Ho gli occhi di mio padre, il sangue di mia madre, tutto il resto non si sa, forse la genetica del caso. Tre sorelle: una riccia, una mossa, una liscia; tre nasi diversi, tre bocche diverse. Costituzioni differenti, taglie differenti. Tre donne e non una misura di piede in comune: 36, 37, 38; 38, 42, 46. Vestiti che non stanno più a nessuna, messi da parte per la prossima femmina. Due nipoti che a loro volta hanno i capelli di uno zio, gli occhi di quell’altro, in un continuo dividersi e moltiplicarsi di fattori comuni e diversi. Una nonna, una bisnonna e forse l’unico tratto in comune è quell’assurda testardaggine di non voler scendere mai a compromessi e quel bisogno di andare contro tutto e tutti; e poi quella tensione al melodramma, quell’accendersi troppo o troppo poco. E in tutto questo pochi uomini, sfuggenti, sottili come ombre: uomini che scappano, uomini in disparte, uomini invisibili, silenziosi, uomini che fanno ma non dicono, che sopportano ma non parlano, uomini lontani nelle stesse stanze, in altri mondi, intrappolati nel passato, in altri luoghi, inavvicinabili e incomprensibili.

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