Snakebite

Chi sei? Il bordo irregolare di un’unghia scava righe sulla plastica sporca, un “morso di serpente” mi seduce inadeguatamente mentre in modalità teen e fastidio molto più che post-adolescenziale fingo di osservare l’umanità attorno come non ne facessi parte. Chi sei? Costante affiorare di elettricità dal passato, sensazioni defibrillate, emozioni collaterali in continuo martirio. E intanto ripeti quanto tutto questo sia facile, essere sempre la faccia tra il pubblico, essere sempre fuori dai giochi. Le tue parole sono soldati inarrestabili che mi piovono addosso, sono lance che sembrano schivarmi solo per potermisi conficcare attorno, per lasciarmi viva e in trappola; scavi buche profonde 3 metri sotto i miei piedi e stai lì a guardare, resti a guardare le mie gambe vacillare dalla fatica, aspetti che cada. Sapevo sarebbe stato un gioco di resistenza da cui difficilmente sarei uscita indenne, ma sapere cosa accadrà non significa sempre avere una seconda soluzione. Le lacrime hanno smesso di scorrere tempo fa, ora sono oceani che posso contenere. Sono così brava a mantenere tutto entro i margini, io che riempio pagine fitte fitte senza lasciare mai uno spazio vuoto, io che uso quello che ho fino a snaturarlo e ridurlo in pezzi: riciclo tempo e sogni non potendo permetterne di nuovi. Io non guardo mai oltre quello che ho, io non desidero quello che non posso avere, io non faccio mai un passo senza la sicurezza di poter tornare indietro anche se indietro non torno mai. Mai. Ma voglio conservare, conservare ogni cosa, anche l’impronta dei passi, anche le scarpe rotte, anche i rapporti logori e le foto stinte che non guardo mai, le canzoni che riascolto perché non smettono mai di piacermi. Sono una capricciosa spartana, una regina del nulla, sono una stracciona altezzosa. E questo ti fa incazzare. Ma l’orgoglio me l’hanno trasmesso nel sangue, un orgoglio ostinato e malato.
I miei morsi sul tuo collo sono impulsi di rabbia che non riesco ad evitare. Sono affetta da un veleno emozionale che è entrato in circolo e mi trasforma dall’anima. Il mio cuore non è altro che un drone di cui tu hai il telecomando, sono fatta di controllate sinapsi e vuoto pneumatico. Resto ad occhi sbarrati sott’acqua, infarcisco i miei giorni di azioni seriali, infliggo al mio corpo il supplizio del cibo che non vuole più accettare, perché tutto questo è normale.

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11 thoughts on “Snakebite

  1. Wish aka Max says:

    “sapere cosa accadrà non sempre significa sempre avere una seconda soluzione”
    “non desidero quello che non posso avere”
    “non faccio mai un passo senza la sicurezza di poter tornare indietro”

    Terribilmente simile al mio modo di ragionare, sai? Questi passaggi sono proprio la copia carbone dei miei, di ragionamenti.
    Il problema è che con questo modo di pensare si sclerotizzano le situazioni. A volte è necessario buttare il cuore oltre l’ostacolo. Bada bene, non sto dicendo di agire. Sto dicendo di arrivare alla determinazione interiore che se si verificano certe condizioni si agirà.
    Che è il passo più complicato da compiere, per dei pianificatori attenti.
    Costa una fatica bestiale.
    Ma credo che, con riferimento alla nostra conversazione privata di venerdì scorso, sia stato esattamente questo passaggio che ho compiuto dentro di me, a contribuire all’evoluzione successiva. Venerdì sono arrivato alla determinazione che dovevo fare qualcosa, che non poteva continuare in quel modo. E poi sai come si è evoluta. Mi rendo conto che è molto confuso, spero abbia un senso per te. Non sempre ciò che è chiaro e cristallino nel cuore si riesce a trasferire alla mente per poi trasformarlo in parole.

    • Io non vorrei dire “è chiaro” per poi scoprire di aver travisato tutto (sono pur sempre una paranoica DOC) ma credo di aver capito. Io non sono una pianificatrice però, sono una personalità evitante. Io sclerotizzo le situazioni proprio per evitare che possano cambiare, sempre perché, ritornando ad un discorso che abbiamo affrontato precedentemente, io ho il terrore di perdere quello che ho, anche quando è poco. E il mio cuore non è un ostacolista, ci ha provato, ma per l’atletica mi sa che non è proprio portato. Ma sulle tue parole, sai, io ci rifletto a lungo e magari riesco a chiarire anche con me stessa, pensando di risponderti.
      ((((oo))))

      • Wish aka Max says:

        Eh ma è proprio nella ferrea volontà di non perdere ciò che si ha, che si sviluppa la pianificazione più serrata. Il salto di qualità avviene quando si realizza compiutamente che ciò che si ha potrebbe andare perduto. E allora anche lo sclerotizzatore più accanito deve, DEVE prendere atto e pensare al dopo. Ed è proprio in quel momento che, come ti ho raccontato per quel che mi riguarda, le cose possono andare in una direzione che non ti aspetti. Inizio a pensare che la nuova disposizione d’animo che deriva dall’aver realizzato la possibilità che le cose cambino, quella nuova disposizione d’animo influenzi fortemente gli eventi successivi. Ma magari questo pensiero è solo il frutto dei peperoni mangiati a pranzo…😆

  2. Topper says:

    Insegnami a riciclare il tempo…

    • Non posso insegnarti nulla perché non ho nulla da insegnare. Ma ho imparato a pensare ad altro così ardentemente che posso esserci ed essere altrove, posso agire nel contempo, posso vivere altro nel frattempo. Tutto qui.

  3. Questo post mi commuove.
    Ed è bello restare fuori, mentre è tutto congelato nella sua perfetta immobilità , nel ricucire le braccia di pezza di quello che si é stati, mentre si culla il ricordo di quello che ci piacerebbe ancora essere.
    Il problema è quando tutto intorno a noi muore e non ci rimane più niente da fare se non voltare pagina.

  4. el says:

    mordi, scatenati. prendi a pugni, poi fermati.
    poi ricomincia.
    è la strada giusta, è questo il modo. sorridi, poi girati e piangi. fa un inchino, poi fuggi.
    il solito abbraccio.

    • Se avessi una smemoranda ora il tuo commento lo ricopierei in grande su una pagina, scritto bene, come le frasi di Jim Morrison, appiccandoci attorno foto e reliquie varie di umana quotidianità. Perché quelle frasi lì, che si potevano portare ovunque, facevano sentire compresi. Come questo commento. Per me. E chiamalo solito *

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