Deprecabili resti

Scrivo meno. Anzi, non scrivo affatto. Forse è così che finiscono tante cose: gli amori, le storie, le passioni; forse è così che va la vita, ogni giorno dimenticando un pezzo in più fino a non ricordarsi come stesse insieme tutto. Ho smesso di scrivere senza un motivo, semplicemente perché è diventato più facile non farlo, come non mi sono più svegliata all’alba per veder nascere il sole, come non ho più fatto una nuotata fino alla seconda boa, non ho più ballato. Dico di non avere più occasione di farlo ma non la cerco nemmeno, perché tante cose non sono andate nel verso giusto, ho incontrato le persone sbagliate, ho fallito alcuni obiettivi, ho perso la magia. Quando ti ripetono che le avversità non contano, che l’importante è andare avanti, non ti dicono mai a quale prezzo lo farai. Io ho deciso di dimenticare: nomi, fatti, persone; se ne sono andate nel momento stesso in cui le ho cancellate; non sono mai esistite davvero, non hanno contato niente, non provo più niente, non hanno lasciato traccia. Esistevano solo in me, ero io a dargli un senso, io a non lasciarli andare, io che li infilavo con ago e filo come fossero perle di una collana. Ma non erano perle e nemmeno plastica: solo scarti, avanzi di un pasto nemmeno poi così soddisfacente.

Carne e sangue

A volte mi ritrovo a cercare chi non c’è più: numeri in rubrica, soprannomi consegnati in attimi lontani nel tempo, ricordi sfumati, dettagli; percorrere luoghi che sono stati, che ho vissuto, adorato e maledetto; e poi
lettere e regali, petali asciutti, inchiostri stinti.
Non è nostalgia, malinconia, non è voglia di ripetere, di rivivere; ciò che è stato non è più, ciò che si è fermato lungo la strada non può più raggiungermi. Ma è stato, l’ho conservato, amato e protetto e finché vivrò esisterà con me, resterà con me, come pelle, come carne e come sangue.

17.1.16

È successo. Mica l’ho capito come. So solo che adesso mi dormi accanto, il tuo respiro e il tuo odore nella stanza.

De rerum natura hominis

Quattro generazioni di donne. Questa è la mia famiglia. Donne in guerra, in pace, che si scannano per niente, che si stringono come poche, che non si capiscono ma comprendono tutto, che non si sopportano ma si corrono in aiuto. Ho gli occhi di mio padre, il sangue di mia madre, tutto il resto non si sa, forse la genetica del caso. Tre sorelle: una riccia, una mossa, una liscia; tre nasi diversi, tre bocche diverse. Costituzioni differenti, taglie differenti. Tre donne e non una misura di piede in comune: 36, 37, 38; 38, 42, 46. Vestiti che non stanno più a nessuna, messi da parte per la prossima femmina. Due nipoti che a loro volta hanno i capelli di uno zio, gli occhi di quell’altro, in un continuo dividersi e moltiplicarsi di fattori comuni e diversi. Una nonna, una bisnonna e forse l’unico tratto in comune è quell’assurda testardaggine di non voler scendere mai a compromessi e quel bisogno di andare contro tutto e tutti; e poi quella tensione al melodramma, quell’accendersi troppo o troppo poco. E in tutto questo pochi uomini, sfuggenti, sottili come ombre: uomini che scappano, uomini in disparte, uomini invisibili, silenziosi, uomini che fanno ma non dicono, che sopportano ma non parlano, uomini lontani nelle stesse stanze, in altri mondi, intrappolati nel passato, in altri luoghi, inavvicinabili e incomprensibili.

L’ombra di Lestat

Una volta ho conosciuto uno che sembrava conoscessi da sempre. Giorno per giorno siamo diventati estranei.

La vita.

Aloha

Ho sempre pensato di non valere niente, non avere nulla da offrire: non ho mai avuto un lavoro stabile, non ho mai guadagnato nemmeno 1000 euro al mese, non ho una casa, non ho una macchina, non posto su facebook le foto delle mie vacanze, non ho mille amici, anzi, in verità ne ho davvero pochi, non strombazzo ai quattro venti quelle due cose in croce che sono riuscita a fare nella mia vita. Schiacciata costantemente da un confronto che non mi sentivo in grado di reggere; non mi sento splendida, non assillo i social con foto provocanti vedo non vedo, eppure ho un seno anche io, incredibile, vero? e ho anche un discreto fondoschiena, per dovere di cronaca; non sono mai andata in palestra, non so niente di gag, zumba e cazzate varie, ma ho sempre lavorato sodo, non mi sono mai fermata al primo dolore, non ho mai contato passi ma chilometri, non ho mai calcolato le calorie ma solo se riuscivo a stare in piedi. Giusto o sbagliato che sia non mi importa, chi mi conosce sa che l’unico metro con cui misuro il mondo è il mio “posso farcela? Sì/No” che in genere diventa un “Devo farcela” e basta, senza tante storie. Sono testarda, cocciuta, intransigente. “Mi piaci? Sì/No”, non faccio calcoli, non sto a perdere tempo, non uso gli altri, inutile farsi illusioni, tanto o non riesco a staccarmi da te o non ti toccherei nemmeno con un bastone. Ho sentito raccontarmi milioni di cazzate: ho una Spider, ho una barca, uno è riuscito a raccontarmi perfino di avere un elicottero personale che atterrava sul tetto di casa sua. Nella maggior parte dei casi non ho nemmeno risposto se non con un sorrisetto tagliente mentre mi allontanavo. Snobismo? Può essere. Ma se non ti accorgi di quanto tu ti renda ridicolo mentre mi fai la conta delle cose che ti sei comprato sono fatti tuoi.

Lascio voi marchettari, con le macchine e le moto lucidate nei garage, alle estetiste con le unghie da velociraptor e i cervelli persi nei fumi delle decolorazioni.

Aloha.

La ragazza di platino

La ragazza di platino è quella che aspetta sempre che tu ti accorga di lei. Quella ingenua, di quella ingenuità che forse ti fa sorridere e forse ti fa un po’ pena. Quella che va via mille volte e mille e una ritorna. Quella che ti scrive improvvisamente qualcosa che ti faccia sorridere, o piangere, o turbare, solo per regalarti un’emozione.  Quella che è andata in mille pezzi e ognuno di quei pezzi palpita, pulsa, si strugge, si perde, si danna, si incanta. Quante emozioni inutili quando in fondo basterebbe un po’ di pace. Ma forse non esiste pace, come non esiste amore, come non esiste felicità. Sono una ragazza di platino anche se ormai sono una donna. Sono una donna anche se non so cosa sia una donna, non ho il corpo di una donna, il cuore di una donna, il suo aspetto. Sono una bambina vecchia od una vecchia giovane. Non ho paura di niente e tutto mi atterrisce. Vorrei fossi mio e non averti mai conosciuto. Vorrei capirci qualcosa in questo continuo tentativo di capire qualcosa.

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Come casa

Arrivavi a notte fonda. Riconoscevo il tuo respiro per le scale. Falcate di scalini a due a due, come avessi fretta di arrivare. Io, occhi socchiusi, arruffata, in pigiama, ti guardavo chiudere la porta e mi infilavo sotto il piumone. Tu ti spogliavi e scivolavi sotto le coperte. Mi abbracciavi ed io smettevo di tremare, chiudevo gli occhi e finalmente scivolavo in un sonno sereno.  Sapevi che avevo bisogno solo di quello: sentirmi al sicuro.

Poi ho incontrato te ed ho scoperto di saperlo fare anche io. Ti stendevi accanto a me, chiudevi gli occhi, ti si distendevano i lineamenti e ti addormentavi come un bambino.
Ed io, in quel momento, forse stavo dando l’amore che speravo di poter donare: quello di chi riesce ad essere casa.
E forse, per la prima volta, con te, mi sono sentita a casa anche io.

Non biasimarmi se non riesco a non tornare da te ogni volta.

XX giorno

Succede in un attimo e senza rendertene conto da solo non ti basti più.  Succede da uno sguardo, una battuta innocente, succede quando quel sorriso ti fa arrossire e non va via. E poi è tutto una discesa vertiginosa, ogni tanto ti fermi e pensi “sta accadendo sul serio?” e respiri già da una bocca non tua, hai addosso un odore che ti appartiene, nelle orecchie una voce che ti fa tremare, un battito che fa girare altro sangue che sembra scorrere nelle tue vene. È tardi per tutto: per pentirsi, tornare indietro, fuggire. E come è arrivato se ne può andare, lasciandoti come arenato su una spiaggia dopo una tempesta, con la voglia di ributtarti in mare e la consapevolezza che ora non sapresti nemmeno galleggiare.

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