R/esistere

Ogni giorno faccio mille piccoli errori. Come aprire gli occhi a quest’ora e non chiuderli immediatamente. Come scivolare in cucina e, MIODDIO, mangiare un biscotto. E poi un altro. E poi un altro. Una scorpacciata di biscotti alle 3 del mattino che si fermeranno sul culo, sulle cosce, che sono sempre state lisce ed ora invece appaiono increspate da piccoli avvallamenti e penso ” cazzo, sto invecchiando” e non posso farci niente. E finire un libro e desiderarlo infinito e rendersi conto di quanto sia difficile, ora, leggere qualcosa che mi tocchi nel profondo, come fosse ormai irraggiungibile quello strato di me più sensibile, quello che trema e si commuove e avvampa. Chissà se è questa la maturità: diventare pian piano delle testuggini, invulnerabili al mondo, sempre più al sicuro dagli attacchi, sempre più lontano dal mondo. E come la voglia di raccontarsi, sentire talvolta l’urgenza di far fuoriuscire un rigurgito di parole e pensieri e soprattutto paure, per poi tornare placida sotto le coltri della resistenza.

Un giorno questo dolore mi sarà utile?

Questo anno è stato utile.
È stato utile per capire che non si può stare nell’ombra, prima o poi la vita ti sbatte in prima linea e se non sei preparato sei destinato ad essere fucilato ininterrottamente. Mi è servito per capire che non si può chiedere a nessuno di vivere al posto nostro: ognuno ha la sua parte di lacrime e responsabilità. Mi è servito a capire che mi piace fare, anche se non accenna a diminuire la paura. Mi è servito per capire che non ci si può fidare di nessuno, nessuno ti ama più di sé stesso e se si trova costretto a scegliere ti getta in pasto ai leoni.
Mi è servito. L’ho capito.
Ma ho anche capito che non posso vivere in eterno con questo buco nero in mezzo al petto, senza dormire mai davvero, senza lasciarmi mai andare, coi muscoli contratti e i nervi tesi, a guardare i minuti che passano, a sentire i ticchettii degli orologi come la sabbia rimasta nella mia clessidra, tutto scorre, tutto passa. Soprattutto la vita.

Come l’orchestra su un relitto

Apro gli occhi. Qualcosa mi ha svegliato. Una voce. Scalpiccio. Più che altro ansia, agitazione. Grida fuori orario. La luce è grigia, è presto, che ore saranno? Saranno le 7. Ma allora perché urlano? Qualcosa non va. Mi alzo? Cazzo quanto piove. Non avrà mai smesso? Saranno 12 ore, forse più. ” VAI SUUU”. Ma perché grida? Il nipote della vicina, lo conosco di vista dalle elementari, è sempre uguale, avrà qualche anno più di me. Ho un po’ di pudore a farmi vedere scomposta ma ormai mi ha già vista in tutti i modi. Mi alzo e vado alla finestra. Eccolo lì, merda, mi ha vista. “Funziona il telefono?”. Perché non dovrebbe funzionare? Boh. “Allagando”. Ha detto “allagando”? Cazzo quanta acqua. Qui sembra tutto ok. In bagno ok. Nel ripostiglio anc…oh, merda! No, qua è tutto nell’acqua. Cazzo, entra acqua, “STIAMO IMBARCANDO ACQUA!” “VIENI VIA!” Oh merda oh merda. Svegliare i nonni, svegliare i nonni. “Nonno svegliati, nonna – Ommerdaommerda – dai, svegliatevi! Nonno, sì, ecco, nonno vestiti e sveglia nonna, sta entrando acqua”. “TE LI MANDO SUUUU!” “VIENI VIA ANCHE TUU” “NON POSSO, non posso, entra acqua, oh merda” “MANDALI SU DA ME E VIENI ANCHE TU” quasi non riesco a sentirlo, c’è solo acqua, rumore di acqua, è il fiume, ha sfondato il cancello, ma c’è un altro torrente che prima non c’era, giù dalla collina, c’è terra, cazzo, franerà. Acqua, devo togliere l’acqua. Come cazzo faccio? Non ho un secchio. Bacinella. E sacchetti di plastica. Posso allargarli e prendere più acqua che posso. “SIETE PRONTI?” “Nonna non ha capito” “Ok, ci penso io. NONNA, nonna vestiti e vai su, sta entrando acqua, ecco, metti questo e questo, ok? Vai su con nonno, ok.”. Acqua, cazzo, entra sempre più acqua. “Nonno, che aspetti?” “Te” “Nonno, vai, ti prego, VAI”. “STA CEDENDO IL MURO! VIENI VIAAAA”. “NON POSSO, non posso, entra acqua” entra acqua, devo toglierla, oddio, come faccio, si sta crepando, come faccio, il secchio è già pieno, svuota, riempi, svuota, riempi, svuota. Sta cedendo. Devo fare più in fretta. Riempi. Svuota. Riempi. Svuota. “NON C’È PIÙ NIENTE DA FARE! VIENI VIA DA LÌ”. No, no. Riempi, svuota, riempi, svuota. Se proprio deve finire così farò come il direttore d’orchestra: affonderò con la nave.

È finita

Sto aspettando qualcosa che non arriva. E non sto parlando solo della birra. Sto aspettando risposte a domande che non ho più nemmeno la forza di formulare. Sono stanca dei giudizi. Sono stanca delle risposte sommarie, delle semplificazioni, dei luoghi comuni. Sono prosciugata, senza forze. Sono delusa dalla vita, dal caso, dalle persone, dal mondo, dalle cose che non cambiano e se cambiano cambiano a caso, come se io decidessi di servire grilli per cena, come svegliarsi una mattina col letto sul soffitto e non sapere se alla fine si cade giù o si resta per sempre con lo stomaco sottosopra. C’è che non capisco la vostra voglia di vivere ad ogni costo, non capisco a cosa dovrebbe servire la mia vita se non basta nemmeno a me, se non è essenziale, non è condivisa, è piena di vuoti che non so più con cosa colmare, piena di rumore e noia e frustrazione e ansia e lacrime ingoiate e domani andrà meglio e alla fine chissenefotte se andrà meglio che comunque non cambia un cazzo e come minchia ci sono finita qui, cosa sono finita a fare, come sono finita. Finita. Chiamerò questa fase della mia vita “finita”.

Tutto inutile

Se mi vedessi adesso direi che non ho concluso niente di buono nella mia vita. Sono sola, senza soldi, lavoro, carriera, amore. Se mi vedessi adesso direi che è stato tutto inutile. E forse è così.
Ma ora so che il prossimo bacio deve farmi desiderare che non finisca mai, il prossimo abbraccio dovrà essere così stretto da togliermi il fiato e, la prossima volta che cucinerò per qualcuno, voglio farlo allontanandolo dal mio collo mentre mi sussurra “e se mangiassimo più tardi?”.
La prossima volta voglio addormentarmi in pace col mondo, voglio sentirmi speciale, voglio credere davvero che non sarò mai più sola al mondo o allora sì, sarà stato tutto inutile.

10.000 Days

Originally posted on cometainstabile:

a chi mi diceva che la sensazione di sentirsi costantemente come un outsider sarebbe inesorabilmente svanita crescendo, bhè, erano tutte cazzate.
il disagio è sempre lo stesso, nonostante le facce che mi circondano sono sempre più brutte. e vecchie.
anche se tutto questo non fa di me una saggia.
o un’artista.
o un’illuminata.
mi rende semplicemente sempre la stessa.
anche dopo 10.000 giorni.

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Tutto qui (prologo)

Succede che fai parte di un progetto ma non lo comprendi appieno. Succede che fai la tua parte, ci provi. Succede che scappi da una casa senza sapere cosa portare: vestiti, oggetti, gioielli. E ti metti un libro in borsa perché sai che non ti lascerà mai. Poi sei sotto la pioggia, cercando di evitare gli schizzi delle pozzanghere, coi tuoi fogli stretti al petto, cerchi di chiamare qualcuno, il cellulare è scarico, cerchi una connessione volante, un bar, ma non hai soldi, chiedi un euro per entrare in un bar e inviare una mail e ti chiedi com’è che sei finita a chiedere l’elemosina. Che poi il tuo amico barista ti ha vista sotto la pioggia mentre cerchi di fare una telefonata e piangi e ti disperi e maledici il mondo ma alla fine resti lì, sotto la pioggia, e allora il cappuccino te lo fa lo stesso e poi ti dice “non ti preoccupare, offre la casa” e tu nemmeno lo sai se lo meriti, quindi ti metti in un angolo, per non disturbare, scrivi e piangi e bevi e ogni tanto sorridi imbarazzata agli sguardi curiosi. Succede che quando ti chiedono “dove vivi?” non lo sai e per evitare altre domande alla fine non parli mai a nessuno. Succede che in realtà non puoi controllarti, che ogni cellula di te dice che non va, non va niente, non funzionano le cose ma non sai come fare a restare in silenzio quando ti grida tutto il mondo in testa. Succede che vuoi stare da sola, che vai in stazione a vedere i treni passare, come fai sempre, ma succede che ti vedono piangere disperata e pensano ti voglia suicidare e ti portano in caserma. Succedono cose strane al mondo, sapete? A volte anche che, un giorno, mentre eri in un paesino dell’Austria, dimenticata dal mondo, tu abbia scritto qualcosa, qualcosa di profetico, forse, la storia di un uomo non uomo, di domande irrisolte, di attese. E alla fine ti accorgi di aver parlato solo che di te. Tutto qui.

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Equilibrio

Originally posted on Bestiabionda's delirium:

equilìbrio s. m. [dal lat. aequilibrium, comp. di aequus «uguale» e libra«bilancia»]. –

binjip2

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Her

Originally posted on cometainstabile:

Sometimes I think I have felt everything I’m ever gonna feel.
And from here on out, I’m not gonna feel anything new.
Just lesser versions of what I’ve already felt.

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Se cadi dalle nuvole ti spezzi le ossa

Quindi, la vita sarebbe questo? Sarebbe andare avanti ad oltranza, sarebbe incassare, sarebbe non cercare una risposta, non cercare una speranza, non prendersi mai il tempo per tirare le conclusioni; incassare e basta, andare avanti, ad occhi chiusi, a testa bassa. E tutto per cosa, poi? Quale premio? Quale vittoria? Quale senso? Ho perso l’amore, la mia famiglia, la mia dignità. Ho perso la speranza, la forza, la magia. Ecco, più di tutto, forse questo: è un mondo stinto, fuori, un mondo vuoto, come un tic nervoso, un conato inarrestabile, un reato impunito. Per cosa, tutto questo? Se non c’è un abbraccio, una schiena contro la quale incollarsi, chiudere gli occhi e non vedere più altro, chiudere gli occhi sulla cruda pelle, su quella verità informale che tutto custodisce e protegge, anche la luce, le ombre, le tenebre e ogni minuto e le ore e i mesi e pure l’eternità. Cosa resta, quando il destino ha solo spine, quando il sanguinare non si arresta, quando resta solo il male, profondo abisso, bestia avara, crudele, meschina.

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