È finita

Sto aspettando qualcosa che non arriva. E non sto parlando solo della birra. Sto aspettando risposte a domande che non ho più nemmeno la forza di formulare. Sono stanca dei giudizi. Sono stanca delle risposte sommarie, delle semplificazioni, dei luoghi comuni. Sono prosciugata, senza forze. Sono delusa dalla vita, dal caso, dalle persone, dal mondo, dalle cose che non cambiano e se cambiano cambiano a caso, come se io decidessi di servire grilli per cena, come svegliarsi una mattina col letto sul soffitto e non sapere se alla fine si cade giù o si resta per sempre con lo stomaco sottosopra. C’è che non capisco la vostra voglia di vivere ad ogni costo, non capisco a cosa dovrebbe servire la mia vita se non basta nemmeno a me, se non è essenziale, non è condivisa, è piena di vuoti che non so più con cosa colmare, piena di rumore e noia e frustrazione e ansia e lacrime ingoiate e domani andrà meglio e alla fine chissenefotte se andrà meglio che comunque non cambia un cazzo e come minchia ci sono finita qui, cosa sono finita a fare, come sono finita. Finita. Chiamerò questa fase della mia vita “finita”.

Tutto inutile

Se mi vedessi adesso direi che non ho concluso niente di buono nella mia vita. Sono sola, senza soldi, lavoro, carriera, amore. Se mi vedessi adesso direi che è stato tutto inutile. E forse è così.
Ma ora so che il prossimo bacio deve farmi desiderare che non finisca mai, il prossimo abbraccio dovrà essere così stretto da togliermi il fiato e, la prossima volta che cucinerò per qualcuno, voglio farlo allontanandolo dal mio collo mentre mi sussurra “e se mangiassimo più tardi?”.
La prossima volta voglio addormentarmi in pace col mondo, voglio sentirmi speciale, voglio credere davvero che non sarò mai più sola al mondo o allora sì, sarà stato tutto inutile.

10.000 Days

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a chi mi diceva che la sensazione di sentirsi costantemente come un outsider sarebbe inesorabilmente svanita crescendo, bhè, erano tutte cazzate.
il disagio è sempre lo stesso, nonostante le facce che mi circondano sono sempre più brutte. e vecchie.
anche se tutto questo non fa di me una saggia.
o un’artista.
o un’illuminata.
mi rende semplicemente sempre la stessa.
anche dopo 10.000 giorni.

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Tutto qui (prologo)

Succede che fai parte di un progetto ma non lo comprendi appieno. Succede che fai la tua parte, ci provi. Succede che scappi da una casa senza sapere cosa portare: vestiti, oggetti, gioielli. E ti metti un libro in borsa perché sai che non ti lascerà mai. Poi sei sotto la pioggia, cercando di evitare gli schizzi delle pozzanghere, coi tuoi fogli stretti al petto, cerchi di chiamare qualcuno, il cellulare è scarico, cerchi una connessione volante, un bar, ma non hai soldi, chiedi un euro per entrare in un bar e inviare una mail e ti chiedi com’è che sei finita a chiedere l’elemosina. Che poi il tuo amico barista ti ha vista sotto la pioggia mentre cerchi di fare una telefonata e piangi e ti disperi e maledici il mondo ma alla fine resti lì, sotto la pioggia, e allora il cappuccino te lo fa lo stesso e poi ti dice “non ti preoccupare, offre la casa” e tu nemmeno lo sai se lo meriti, quindi ti metti in un angolo, per non disturbare, scrivi e piangi e bevi e ogni tanto sorridi imbarazzata agli sguardi curiosi. Succede che quando ti chiedono “dove vivi?” non lo sai e per evitare altre domande alla fine non parli mai a nessuno. Succede che in realtà non puoi controllarti, che ogni cellula di te dice che non va, non va niente, non funzionano le cose ma non sai come fare a restare in silenzio quando ti grida tutto il mondo in testa. Succede che vuoi stare da sola, che vai in stazione a vedere i treni passare, come fai sempre, ma succede che ti vedono piangere disperata e pensano ti voglia suicidare e ti portano in caserma. Succedono cose strane al mondo, sapete? A volte anche che, un giorno, mentre eri in un paesino dell’Austria, dimenticata dal mondo, tu abbia scritto qualcosa, qualcosa di profetico, forse, la storia di un uomo non uomo, di domande irrisolte, di attese. E alla fine ti accorgi di aver parlato solo che di te. Tutto qui.

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Equilibrio

Originally posted on Bestiabionda's delirium:

equilìbrio s. m. [dal lat. aequilibrium, comp. di aequus «uguale» e libra«bilancia»]. –

binjip2

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Her

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Sometimes I think I have felt everything I’m ever gonna feel.
And from here on out, I’m not gonna feel anything new.
Just lesser versions of what I’ve already felt.

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Se cadi dalle nuvole ti spezzi le ossa

Quindi, la vita sarebbe questo? Sarebbe andare avanti ad oltranza, sarebbe incassare, sarebbe non cercare una risposta, non cercare una speranza, non prendersi mai il tempo per tirare le conclusioni; incassare e basta, andare avanti, ad occhi chiusi, a testa bassa. E tutto per cosa, poi? Quale premio? Quale vittoria? Quale senso? Ho perso l’amore, la mia famiglia, la mia dignità. Ho perso la speranza, la forza, la magia. Ecco, più di tutto, forse questo: è un mondo stinto, fuori, un mondo vuoto, come un tic nervoso, un conato inarrestabile, un reato impunito. Per cosa, tutto questo? Se non c’è un abbraccio, una schiena contro la quale incollarsi, chiudere gli occhi e non vedere più altro, chiudere gli occhi sulla cruda pelle, su quella verità informale che tutto custodisce e protegge, anche la luce, le ombre, le tenebre e ogni minuto e le ore e i mesi e pure l’eternità. Cosa resta, quando il destino ha solo spine, quando il sanguinare non si arresta, quando resta solo il male, profondo abisso, bestia avara, crudele, meschina.

Era Nera

Respiro appena. Fuori da qui la stanza è gelida. Fuori, più fuori, è una notte avida e spenta. Quasi respiro acqua, densa di rumori d’altrove: un notiziario, voci, gorgogliano tra i battiti del mio cuore. Oltre l’acqua solo buio e lo sciabordio dei miei movimenti. Posso stendere una gamba alla volta, per scaldarla appena. Tutto ciò che affiora, gela: seno, naso, ginocchia. Ma anch’io sono altrove: oltre il buio, il freddo, la notte. Solo acqua che scolora tiepida. Solo acqua e il mio battito ovunque. Sono al chiuso del mio sangue. Sono sangue che rallenta, sono un battito viola, lento, quasi nero. Sono un aborto scuro, forse un feto, forse un cancro, un grumo scuro di pensieri che dall’acqua affiora. Morto a galla, nuova era, forse nascerò farfalla, forse attenderò millenni di crederci ancora. Tutto è spento, è silenzio, le tragedie si consumano come le fiamme. Si spegne la notte, fredda come l’acqua, come il sangue rallenta, un minuto, è passato, consunto. È tutto è altrove.

Prega si faccia vuoto

Che quando finisce qualcosa, quando qualcuno se va, lasci un grande vuoto, lasciatemelo dire, è una grande, immane, cazzata. Non lascia nessun fottuto vuoto, magari fosse così; il vuoto potresti riempirlo, arredarlo, al limite potresti lanciartisi e addio tutto. Invece, è tutta un’altra storia. Succede che quella che era una parte di te un giorno diventa un corpo estraneo. Ti ritrovi con una massa di dolore dentro al cervello. Allora che fai? Ci costruisci del tessuto cicatriziale attorno. Strati e strati e strati di tessuto morto. Ma non basta. Continui, continua a fare male e continui a difenderti, ad allontanarlo. Ed un giorno è più grande di te. E ti schiaccia. E tu vorresti fuggire ma è ovunque, ovunque tu riesca a posare il pensiero: nomi, luoghi, ricordi, persone, parole, numeri, espressioni, luci, colori, cielo, terra, freddo, caldo, tutto.
Ed ora prega che, improvvisamente, tutto si faccia nulla.

4 soldi

Le monetine in tasca risuonano ad ogni passo come lei fosse un salvadanaio. Cammina come su una lastra di cristallo, sui talloni, soffocando ogni rumore. E poi quelle monetine. Quell’insopportabile baccano. Le stringe tra le dita. Sono fredde, regolari, impersonali. Vorrebbe essere una moneta, sapere di avere un valore preciso, quantificabile. Quante cose si possono comprare col suo cuore? Ed un suo rene? Si potrà barattare? Come una foto destinata a sbiadire, scende le scale che forse la condurranno ad un futuro, oppure semplicemente la allontaneranno da un passato che lentamente dimenticherà il suo odore. Come correre con in mano un coltello, senza sapere se lo si regge dal manico o dalla lama.

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