Equilibrio

Originally posted on Bestiabionda's delirium:

equilìbrio s. m. [dal lat. aequilibrium, comp. di aequus «uguale» e libra«bilancia»]. –

binjip2

View original 40 more words

Her

Originally posted on cometainstabile:

Sometimes I think I have felt everything I’m ever gonna feel.
And from here on out, I’m not gonna feel anything new.
Just lesser versions of what I’ve already felt.

View original

Se cadi dalle nuvole ti spezzi le ossa

Quindi, la vita sarebbe questo? Sarebbe andare avanti ad oltranza, sarebbe incassare, sarebbe non cercare una risposta, non cercare una speranza, non prendersi mai il tempo per tirare le conclusioni; incassare e basta, andare avanti, ad occhi chiusi, a testa bassa. E tutto per cosa, poi? Quale premio? Quale vittoria? Quale senso? Ho perso l’amore, la mia famiglia, la mia dignità. Ho perso la speranza, la forza, la magia. Ecco, più di tutto, forse questo: è un mondo stinto, fuori, un mondo vuoto, come un tic nervoso, un conato inarrestabile, un reato impunito. Per cosa, tutto questo? Se non c’è un abbraccio, una schiena contro la quale incollarsi, chiudere gli occhi e non vedere più altro, chiudere gli occhi sulla cruda pelle, su quella verità informale che tutto custodisce e protegge, anche la luce, le ombre, le tenebre e ogni minuto e le ore e i mesi e pure l’eternità. Cosa resta, quando il destino ha solo spine, quando il sanguinare non si arresta, quando resta solo il male, profondo abisso, bestia avara, crudele, meschina.

Era Nera

Respiro appena. Fuori da qui la stanza è gelida. Fuori, più fuori, è una notte avida e spenta. Quasi respiro acqua, densa di rumori d’altrove: un notiziario, voci, gorgogliano tra i battiti del mio cuore. Oltre l’acqua solo buio e lo sciabordio dei miei movimenti. Posso stendere una gamba alla volta, per scaldarla appena. Tutto ciò che affiora, gela: seno, naso, ginocchia. Ma anch’io sono altrove: oltre il buio, il freddo, la notte. Solo acqua che scolora tiepida. Solo acqua e il mio battito ovunque. Sono al chiuso del mio sangue. Sono sangue che rallenta, sono un battito viola, lento, quasi nero. Sono un aborto scuro, forse un feto, forse un cancro, un grumo scuro di pensieri che dall’acqua affiora. Morto a galla, nuova era, forse nascerò farfalla, forse attenderò millenni di crederci ancora. Tutto è spento, è silenzio, le tragedie si consumano come le fiamme. Si spegne la notte, fredda come l’acqua, come il sangue rallenta, un minuto, è passato, consunto. È tutto è altrove.

Prega si faccia vuoto

Che quando finisce qualcosa, quando qualcuno se va, lasci un grande vuoto, lasciatemelo dire, è una grande, immane, cazzata. Non lascia nessun fottuto vuoto, magari fosse così; il vuoto potresti riempirlo, arredarlo, al limite potresti lanciartisi e addio tutto. Invece, è tutta un’altra storia. Succede che quella che era una parte di te un giorno diventa un corpo estraneo. Ti ritrovi con una massa di dolore dentro al cervello. Allora che fai? Ci costruisci del tessuto cicatriziale attorno. Strati e strati e strati di tessuto morto. Ma non basta. Continui, continua a fare male e continui a difenderti, ad allontanarlo. Ed un giorno è più grande di te. E ti schiaccia. E tu vorresti fuggire ma è ovunque, ovunque tu riesca a posare il pensiero: nomi, luoghi, ricordi, persone, parole, numeri, espressioni, luci, colori, cielo, terra, freddo, caldo, tutto.
Ed ora prega che, improvvisamente, tutto si faccia nulla.

4 soldi

Le monetine in tasca risuonano ad ogni passo come lei fosse un salvadanaio. Cammina come su una lastra di cristallo, sui talloni, soffocando ogni rumore. E poi quelle monetine. Quell’insopportabile baccano. Le stringe tra le dita. Sono fredde, regolari, impersonali. Vorrebbe essere una moneta, sapere di avere un valore preciso, quantificabile. Quante cose si possono comprare col suo cuore? Ed un suo rene? Si potrà barattare? Come una foto destinata a sbiadire, scende le scale che forse la condurranno ad un futuro, oppure semplicemente la allontaneranno da un passato che lentamente dimenticherà il suo odore. Come correre con in mano un coltello, senza sapere se lo si regge dal manico o dalla lama.

Vuoto truccato

La voragine avanza e tu stai lì, aggrappato a scampoli di speranze, come se dal nulla potesse materializzarsi la chiave di tutto. Gratti, imprechi, ti danni, ma non cambia nulla; ti rannicchi, cerchi di sparire ma non puoi; speri si fermi, si concluda, speri che come gli esseri viventi prima o puoi muoia; Invece, più la tua paura si ingigantisce più lei avanza, ingloba, consuma. Ed infine la voragine ti prende ma non sprofondi giù come ti aspettavi: diventi voragine, ti mangia a poco a poco, ti mastica e ti resta l’implacabile destino di guardare e sentire, sanguinare respirando. La voragine e l’abisso hanno la tua faccia, le tue vene, la tua pelle; hanno il tuo odore e i tuoi occhi. Nessuno le vede attraverso te, nessuno capisce che ciò che dici è solo l’eco in risposta a ciò che senti, quello che cerchi di afferrare rotola giù nei tuoi fondali e senti solo il tonfo sordo di quando arriva giù. E piano piano rotoli giù anche tu, un pezzo alla volta, un respiro alla volta, un sogno alla volta, un ricordo. Diventi oggetto che prima o poi precipiterà nel fondo di altri simili abissi.

Siamo nulla che avanza, susseguirsi di invenzioni, creiamo illusioni, le vestiamo, imbellettiamo, le spingiamo avanti, diciamo “io sono questo, amatemi”, con la presunzione e l’arroganza che le nostre bugie valgano più delle altre. Se il demonio esistesse non avrebbe saputo inventare nulla di più pretestuoso di noi, che siamo capaci di ogni volgarità e affronto, di ogni inganno e di ogni tradimento. Ma li vestiamo di virtù immaginarie e ci affanniamo a trovarci un senso: siamo vuoto truccato, bestie crudeli, menzogne senza pudore, senza ali, senza regni. Stringiamo nei pugni i pugni che diamo, schiudiamo le dita macchiate del sangue di altri e diciamo “lotto per il mio niente, che sicuramente vale più del tuo”. E ci sentiamo eroi delle favole che ci raccontiamo per placare gli scrupoli, la vertigine dell’abisso che, sirena, ci richiama ad ogni istante.

Sereno a pezzi

Lei lo guardava di sbieco, metà del viso coperta dai capelli, con quell’onda da diva anni ’50. Stava seduta in punta di sedia, come fosse sempre pronta a scattare in piedi e andare via, ondeggiando i fianchi sui trampoli a rocchetto, o come se si trovasse sempre sul ciglio di un’occasione, indecisa se gettarsi o allontanarsene. Lo snobismo di un locale fumoso di jazz, lo sguardo altero sostenuto dal rimmel.

Lei aveva tagliato i capelli da sola, senza nemmeno uno specchio; aveva afferrato le forbici, sporche di colla del nastro adesivo da pacchi tagliato per chiudere tutti gli scatoloni che la circondavano e, con fatica e poca precisione, aveva fermamente reciso ogni ciocca. Non le importava di non essere bella, di cosa la gente avrebbe pensato, di non essere al meglio: che cazzo, aveva cercato di comprendere quella logica da giungla, aveva cercato di stare al passo, di stirare la divisa, di non mangiare le unghie, di essere sempre sul pezzo; eppure aveva l’impressione che quel pezzo, comunque, fosse un ridicolo pezzo, un osso di plastica contro cui accanirsi, a cui mostrare i denti, mentre il resto, tutto il resto, convertitosi in vuoto, le si era annidato dentro e le stava squarciando il petto.

In giro c’è solo gente felice. È quasi Natale e ci sono solo coppie felici; è questo a cui pensa, al fatto che anche lei era un pezzo di quelle coppie felici, anche lei si faceva strada tra le bancarelle cercando di stringere le sue dita che sfuggivano tra la folla. Ed ora non rimane più niente, anche le luci le si spengono negli occhi e l’odore di zucchero delle ciambelle e le sere pungenti e quei pezzi di cielo limpido.

Tagged , , , , , , , , , , , ,

Chi è Keyser Söze?

È solo un ruolo come un altro da interpretare. Un trucco da indossare, un gioco. È sopravvivenza. Sono qui ma non ci sono. Sono strega tacchi alti, sono Alice, sono Mangiami e Bevimi. Fumo adesso, perché io non fumo. Spegnerò la sigaretta e calerà il sipario. Tu ora sei con me ma io non ti penso. Sei un’illusione della mia mente, ti parlo come fossi un inganno. Partirai e nemmeno lo ricorderò. Questo momento lo abbiamo vissuto mille volte e mai. È solo sangue che scorre contromano che ci uccide nello stesso modo in cui ci libera. Lo ricordi Keyser Söze? Io ho imparato a fingere di saper correre sui vetri e le funi, ma in realtà non so nemmeno camminare.

Tagged , , , , , , , ,

Asphyxia

Non sei nemmeno partito e già stai andando lontano. Come ci si abitua all’assenza quando ogni centimetro di spazio in questo mondo sembra generare un buco nero che tutto risucchia? Come è possibile che quello che era tutto, improvvisamente, diventi nulla, diventi traccia sbiadita su cui hai passato troppe volte il dito per assicurarti che fosse reale e che ora, per questo, quasi non si vede più? Bisognerebbe ricalcarla. Bisognerebbe esistere, di nuovo. Invece non si vive nemmeno una volta.

Tagged , , , ,
Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 106 other followers